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giovedì 27 giugno 2024

THE ANIMAL KINGDOM di Thomas Cailley

 


Francois parte con il figlio sedicenne Emile per il sud della Francia per permettere a Lana, madre del ragazzo, di essere accudita in un centro cure specialistico. Alcuni umani infatti sono colpiti da una strana malattia, incurabile, che li trasforma in ibridi creature animali e Lana è una di queste. Durante il trasporto in ambulanza la donna scappa nella foresta e lì è dove il marito e il figlio la cercheranno. Thomas Cailley dirige un film interessante, teso e dal buon ritmo, con l’idea non banale dell’epidemia che crea una mutazione genetica da uomo a “creatura”. Intendiamoci, siamo di fronte all’ennesimo tema del diverso e di come la diversità di alcuni debba essere accettata, condivisa e forse liberata piuttosto che repressa o eliminata. Una tematica di certo non nuova che però qui è svolta con intelligenza e un’idealità un po’ romantica. Dal deciso taglio non europeo, convince e in alcune parti commuove per il senso umano che si ritrova nella vicenda. Inoltre la pellicola è un particolare esempio di “coming of age”: Emile, che vuole solo vivere la vita come tutti gli adolescenti della sua età, è angosciato dai cambiamenti, anche del suo corpo, teme di non essere accettato. In fondo ognuno di noi muta nel passaggio tra le diverse età della vita e nel film la distanza tra le creature e gli uomini è molto sottile, anche gli umani sono animali ma più evoluti e tutti facciamo parte del regno animale. Strepitosa l’interpretazione del giovane Paul Kircher (Emile), un vero talento nei movimenti e nella recitazione; molto bravo anche Romain Duris nel ruolo del padre, mentre Adéle Exarchopoulos (La vita di Adele) sembra un po’ spaesata nel ruolo della poliziotta. Il film ha fatto incetta di premi tecnici agli ultimi César francesi: miglior fotografia, costumi, effetti speciali (davvero notevoli), sonoro e colonna sonora. Un buon film molto interessante. Al cinema.

venerdì 21 giugno 2024

KINDS OF KINDNESS di Yorgos Lanthimos

Alla base del nuovo progetto filmico di Yorgos Lanthimos, scritto con Efthymis Filippou (giunto alla quinta collaborazione) ci sono 3 episodi di circa 50 minuti l'uno che non hanno apparentemente nulla in comune, a parte gli interpreti e alcuni eventi ricorrenti: i sogni e la domanda posta verso gli altri e spesso ripetuta "hai fame? hai mangiato?". Nel primo episodio (La morte di R.M.F) Robert (uno strepitoso Jesse Plemons) è un impiegato vessato dalle cortesie un po' estreme del suo capo Raymond (il sempre bravo Willem Dafoe). Nel secondo episodio (R.M.F sta volando) un poliziotto (Plemons) è convinto che la moglie scomparsa (Emma Stone) per settimane e poi riapparsa non sia la stessa donna di prima ma una sostituta. Nel terzo episodio (R.M.F. mangia un sandwich) Emily (Stone) e Andrew (Plemons) sono due adepti di una setta religiosa capitanata da Omi (Dafoe) alla ricerca di una donna capace di risvegliare i morti. Sorprende che il regista greco, dopo il successo di "Povere creature!", sia tornato al "suo" cinema e alle "sue" storie. Per questo "Tipi di cortesie" (ma sarebbe meglio dire (s)cortesie) ricorda alcuni elementi dei suoi film precedenti: la combine tra reale e grottesco di "Dogtooth", il rimpiazzo della persona di "Alps", gli umani trasformati in animali di "The Lobster", la crudeltà delle richieste de "Il sacrificio del cervo sacro". Il tutto condito con una giusta dose di ironia (che fin qui non ha mai adoperato), di sarcasmo, e del suo abituale grottesco. Piacciono le lunghe inquadrature a chiudere, le musiche inquietanti di Jerskin Fendrix (dopo "Povere creature"), le atmosfere da black comedy. Se poi questo non basta metteteci anche una hit molto classica, quella "Sweet dreams" degli Eurythmics che fin dai primi frame del film la fa da padrone, come a suggerirci che nei dolci sogni alcuni vogliono usarti, altri vogliono essere usati, alcuni vogliono abusarti, altri vogliono essere abusati. Jesse Plemons giustamente premiato a Cannes 2024 come migliore attore maschile. Un film da non perdere, al cinema.

giovedì 13 giugno 2024

EL PARAISO di Enrico Maria Artale

 


Julio è un 40enne che vive con la madre, una colombiana fuggita dal paese natale quand'era incinta, in una casa nella zona marittima di Fiumicino. I due hanno un legame forte e ossessivo, quasi simbiotico: condividono praticamente tutto, dai balli latino americani alla vita di tutti i giorni fino allo spaccio e consumo di cocaina. Un giorno però una giovane colombiana, corriere della droga, si installa in casa loro. Il giovane Enrico Maria Artale (Il terzo tempo) giunto al suo secondo lungometraggio dirige con mano ferma e decisa un film forte che offre interessanti spunti di riflessione. Partendo da un soggetto scritto da Edoardo Pesce, qui anche ottimo attore principale, il film indaga con estrema lucidità il rapporto morboso che si instaura tra madre e figlio. Mantiene il ritmo e la tensione fin quasi alla fine, quando la storia prende una direzione più intimista e inaspettata e si entra in un luogo di ricerca narrativo apparentemente meno riuscito. Prodotto da Mattia Rovere per Ascent e presentato alla Mostra del cinema di Venezia del 2023 il film ha vinto il Premio Orizzonti per la migliore interpretazione femminile (una incredibile Margarita Rosa de Francisco, nota soprattutto per la serie Narcos) e la migliore sceneggiatura a Enrico Maria Artale, oltre al Premio Arca Cinema/giovani come miglior film italiano. Da vedere. Al cinema.

sabato 8 giugno 2024

EILEEN di William Oldroyd


Massachussets 1960: la giovane Eileen (una bravissima Thomasin McKenzie) vive con il padre alcolista (Shea Whigham) in una cittadina di provincia del New England. Lavora come 
segretaria in un istituto penale minorile e conduce una vita monotona senza emozioni e senza amore che la sua giovane età richiede. Perciò quando l’affascinante psicologa Rebecca (Anne  Hathaway) sostituisce l’anziano medico del carcere e le dà un minimo di attenzione, che all’inizio Eileen mal intende, la vita della giovane comincia a mutare. Non svelerò oltre di questo thriller psicologico ben riuscito, sicuramente grazie all’interpretazione delle due  protagoniste. Diretto dalla mano calibrata e sicura di William Oldroyd, noto per “Lady Macbeth” (2016) il film ha avuto vicende produttive complicate. Tratta dal libro omonimo di Ottessa Moshfegh (vincitrice dell’Hemingway Foundation/PEN Award) la sceneggiatura doveva essere inizialmente redatta da Erin Cressida Wilson per la produzione di Scott Rudin (No country for old men, Lady Bird, The Truman Show, e molti altri) nel 2016. Poi nel 2021 Rudin viene accusato da alcuni impiegati di avere avuto comportamenti rudi e abusivi nei loro confronti e decide di abbandonare qualunque progetto produttivo. Tornando al nostro film, la sceneggiatura è stata scritta dalla stessa Moshfegh e dal marito Luke Goebel. Al di là della produzione il film, che ha partecipato ai Film Indipendent Spirit Award, è un’opera semplice e genuina, con interessanti e inaspettati risvolti e spunti di riflessione: c’è molto non detto che però traspare e rende credibili i personaggi. Se siete in cerca di un film senza troppe pretese questo potrebbe essere il film adatto. Presentato alla Festa del cinema di Roma. Al cinema.