Signe è una ragazza che lavora in
una caffetteria di Oslo. Il fidanzato Thomas è un artista ladro, che ruba
oggetti d'arredamento per riadattarli come opere d'arte. Signe soffre molto per
l'attenzione generale che Thomas riceve da parte di amici e conoscenti. La
ragazza cerca in ogni modo di attrarre l'attenzione su di sé, ma senza
riuscirci. Finché un giorno su internet scopre una droga illegale che come
conseguenza rovina in modo evidente la pelle e decide deliberatamente di comprarla
e usarla, con conseguenze terribili. Malata di me stessa, più che
all'ossessione della ragazza il titolo sembra alludere alla società che è
malata di sé stessa, della propria narcisista apparenza e della ricerca a tutti
i costi di attenzione mediatica. Ognuno è sempre più egocentrico: la febbre da
like, ovvero il disperato bisogno di ognuno di ricevere attenzione, di piacere,
di essere riconosciuto e ammirato. Il norvegese Kristoffer Borgli, neanche quarantenne,
scrive, dirige e monta una black comedy dalla buona trama, che grazie ai toni
ironici, ma non per questo meno seri, mostra un tema che altrimenti sarebbe risultato
troppo pesante e sgradevole. Inoltre inserisce alcuni pensieri di Signe che si
confondono volutamente con la realtà della narrazione, tanto che a volte ci si
chiede se facciano davvero parte della realtà (scenica) oppure siano solo sogni
della ragazza. Kristine Kujath Thorp dà una buona interpretazione. Il trucco da
Oscar di Izzi Galindo e Dimitra Drakopoulou (premiati come miglior Trucco al
festival norvegese Amands Awards 2023) che trasforma il volto di Signe in una maschera
spaventosa e deforme aiuta enormemente la narrazione di questo film comunque un
poco disturbante. Ha ottenuto il marchio di qualità dai Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) . Interessante e freddino, non cerca empatia con il pubblico. Tuttavia, da vedere.
Al cinema.

Nessun commento:
Posta un commento