Archivio

sabato 28 giugno 2025

SCOMODE VERITA' di Mike Leigh



Pansy è una casalinga sempre in lotta col prossimo: il marito, il figlio obeso e affranto dalla solitudine, lo sconosciuto nel parcheggio o al supermercato. La sua è una vita straziata e straziante (come l'urlo con cui si apre il film, lei sola nella sua camera che vive come un rifugio che la protegge dal mondo) soffocata dalle paure e dall'ansia costante di un non ben precisato pericolo. I suoi modi aggressivi la rendono odiosa e antipatica. Le fa da contraltare la sorella Chantelle, parrucchiera solare che non alza mai la voce, si prodiga in consigli per le clienti, le colleghe e le figlie ed è benvoluta da tutti. Mike Leigh scrive e dirige un ottimo film dove all'apparenza succede poco. In realtà, al di là della (non) vita di Pansy punta il dito e la trama sullo stato interiore della donna. Mostrare il fuori per arrivare al dentro, catapultandoci a piedi uniti nel dolore e nelle paure più profonde di una donna che vede il mondo come qualcosa di incontrollabile, dove tutto (persino un uccello nel giardino spoglio) è spaventoso e necessita o di un aiuto esterno (il marito che scaccia il volatile) o di una perfetta noncuranza. A questo proposito ottimo l'esempio del figlio Moses che per la festa della madre le regala con tenerezza un mazzo di fiori che la donna tratta con ripugnanza: anche il più semplice gesto dell'altro è vissuto come un atto terroristico. Motivo per cui sia Moses che il padre sono schiacciati da questa divorante figura di donna, tanto da non sapere bene cosa fare e da rinchiudersi in un mutismo desolante. Le motivazioni del terrore di Pansy saranno sfiorate nel film e non le svelerò qui. Il regista ottantaduenne inglese dirige con mano lieve ma precisa un'opera tesa e drammatica. Ancora una volta (dopo “Segreti e bugie”) la famiglia e i suoi componenti sono il punto di partenza su cui si focalizza la lente del regista. Che regala a Marianne Jean-Baptiste un ruolo da grande interprete (che le è valso il premio Attrice dell’anno 2024 del London Critics Circle Film Awards), proprio lei che aveva debuttato nel 1996 con Leigh nello splendido già citato "Segreti e bugie" (se non lo avete visto recuperate questo piccolo gioiello!). Anche gli altri attori sono in stato di grazia, tutti. Consigliatissimo. Al cinema.

mercoledì 18 giugno 2025

IL MAESTRO E MARGHERITA di Michail Lokshin



Mosca, 1930: il Maestro, celebre autore di testi teatrali attraversa un periodo di crisi. La sua opera, incentrata sul rapporto tra le figure di Ponzio Pilato e Gesù, viene fortemente osteggiata dal governo tanto da essere sospesa a pochi giorni dalla prima. Inizia allora a scrivere un'altra storia che riguarda l'ipotetico arrivo del Diavolo a Mosca. Fedele trasposizione del romanzo omonimo di Michail Bulgakov, il film di Michail Loksin, da lui sceneggiato con Roman Kanton, è una buona prova di messa in scena di una storia dentro un’altra. Infatti la scrittura del Maestro prende forma e diventa essa stessa immagine e storia all'interno del film. Che è molto godibile e a tratti ironico, anche se pecca troppo di spettacolarizzazione negli insistiti effetti speciali. Il film però emoziona e dona nuovo vigore alla scrittura di Bulgakov. Il libro, scritto tra il 1929 e il 1939 venne censurato e "liberato" solo nel 1969. Senza manierismi o fronzoli, il regista dirige con mano decisa gli attori, muovendoli con cura e prendendosi il tempo necessario per il suo racconto. Ottimo August Diehl, attore tedesco di nota bravura (Bastardi senza gloria) nel ruolo del Diavolo Woland, e altrettanto bravi Evgenij C'igardovic (nel ruolo del Maestro) e Julija Snigir (Margherita), così come i comprimari. Un buon film, campione di incassi in Russia e tuttavia fortemente osteggiato da alcuni ufficiali del governo che si sono lamentati delle idee del regista verso la guerra in Ucraina, e che hanno accusato il film di propagandare idee anti Russia. Molto consigliato. Al cinema.

sabato 14 giugno 2025

FINO ALLE MONTAGNE di Sophie Deraspe



Mathyas è un giovane quebecchese che si trova in Francia, a Arles. I soldi sulla carta di credito stanno per finire e lui ha deciso di non tornare in Canada e al suo vecchio impiego nel marketing ma di inseguire il suo sogno: diventare pastore. Per questo si mette in contatto con alcuni allevatori locali di pecore offrendosi come apprendista. Lo scopo sarebbe imparare e scriverne un libro. A volte è molto piacevole guardare un film dalla trama apparentemente noiosa con attori e regista pressoché sconosciuti. Si hanno meno aspettative e ci si può lasciare andare a un semplice sguardo. Eppure l'opera di Sophie Deraspe, esponente pluripremiata (il suo "Antigone" del 2019 ha riportato vari premi in ogni angolo del mondo) della nuova scena in Quebec è tutto meno che noiosa. Ha un gran bel ritmo e la storia è avvincente, sembra un film di avventura dove la natura violenta degli uomini fa da contraltare alla natura spietata dei luoghi e della fauna. In questo senso la visione romantica di Mathyas si infrange contro la realtà delle cose di un mondo di cui ha solo letto e non sperimentato sulla propria pelle. Il giovane cerca il lavoro duro per arrivare alla terra e all'essenza della stessa e della natura ma il suo (e il nostro) sguardo muterà nel corso degli eventi. Un film bello, nel senso più puro della parola, senza fronzoli né manierismi, la camera si perde a volte in campi lunghissimi ma mai fissi e si fa respiro facendoci entrare direttamente nella storia. Scritto dalla regista e da Mathyas Lefebure la sceneggiatura è l'adattamento del racconto semi-autobiografico "D'où vient tu berger?" dello stesso Lefebure. Ottimi gli interpreti Felix-Antoine Duval e Solène Rigot. Un film convincente e realistico da vedere al cinema.

 

mercoledì 2 aprile 2025

LEE MILLER di Ellen Kuras

Un’anziana signora, Lee Miller, racconta a un giovane giornalista, venuto a intervistarla nella sua casa di campagna, la storia della propria vita. Partendo dagli anni ‘30 Lee Miller, modella americana conduce una vita bohemien nel sud della Francia, attorniata da amici come Paul Eluard, Man Ray, Picasso, Dora Maar. Lì conosce il futuro marito Roland Penrose con il quale si trasferisce a Londra. Lui è artista e poeta, lei smette di fare la modella e inizia il lavoro di fotografa di moda e di arte. Ma la seconda guerra mondiale incombe. Prodotto, tra gli altri, da una Kate Winslet in gran forma che da volto e corpo alla figura di Lee Miller: il film mostra un bellissimo ritratto di donna forte e coraggiosa che osò sfidare le convenzioni dell’epoca e con caparbietà riuscì a passare da oggetto fotografato a soggetto fotografante. In questo fu aiutata da un gruppo di amici: tra di loro ci fu anche George Hoyningen - Huene (se siete a Milano andate a vedere la mostra a lui dedicata a Palazzo Reale) che la ritrasse in più di uno scatto. Alla regia nel suo primo lungo di finzione esordisce Ellen Kuras (già documentarista e direttrice della fotografia per Michel Gondry, Spike Lee, Sam Mendes, Martin Scorsese e molti altri): riesce a dare un ottimo ritmo alla vicenda, (basata sul libro di Antony Penrose “Le molte vite di Lee Miller”) senza cadute, manierismi e ricerche stilistiche particolari e interrogando la vicenda con stile documentaristico. Ottima interpretazione molta accorata della già citata Winslet (candidata come miglior attrice ai Golden globe); più misurate (ma non per questo meno efficaci) quelle di Alexander Skarsgard (Roland Penrose), Marion Cotillard e Josh O’ Connor. Nel complesso un ottimo film da non perdere. Al cinema.

domenica 23 marzo 2025

L'ORTO AMERICANO di Pupi Avati


Nel 1946 a Bologna, un giovane scrittore (Filippo Scotti) viene “fulminato” da una giovane infermiera dell’esercito americano di stanza nel capoluogo emiliano. Settimane dopo, grazie a uno scambio di case, si reca in un paesino dello Iowa per vivere 6 mesi negli Stati Uniti. Lì, per una casualità viene a scoprire che l’anziana vicina di casa è la madre dell’infermiera che lui ha visto a Bologna: la ragazza è misteriosamente scomparsa a Argenta, in Emilia. Il ragazzo decide di tornare in Italia a cercarla. Con tutta la bontà e la simpatia che si può provare per Pupi Avati non si può dire che il nuovo film dell’86enne regista bolognese sia un capolavoro. Tutt’altro purtroppo. E’ girato in un bianco e nero secco nella prima parte, (dagli echi hitchcockiani) e più morbido e caldo nella seconda parte (“alla Rossellini” per dirla con le parole del regista alla presentazione del film). La pellicola parte bene ma poi si avvolge un po’ su se stessa e sulle interpretazioni degli attori, non troppo convincenti, a volte perfino superficiali. Peccato perché l’opera ha in sé molti punti comuni del cinema di Avati: il colpo di fulmine (purtroppo qui sottolineato da uno slow-motion una musica romantica), la ricerca dell’amata, l’eroe giovane e spesso ingenuo e curioso. Girato e fotografato bene (da Cesare Bastelli, habitué del regista) è tecnicamente valido. Quello che non va, forse demerito anche della scrittura (tratta dal libro omonimo del regista che firma la sceneggiatura con il figlio Tommaso) che cerca di mandare avanti la storia invece che aprirla allo sguardo (e al cuore!) dello spettatore, è che non si prova molto interesse nella vicenda. Come se l’autore conoscesse tanto bene la storia, per lui così  evidente, da “dimenticarsi” di spiegarla e mostrarla a chi guarda. Non svelata non si da il giusto valore alla vicenda. Convincono i ruoli secondari di Chiara Caselli e Cesare Cremonini. Un’operazione non molto riuscita che si può anche evitare. Al cinema.

venerdì 28 febbraio 2025

A REAL PAIN di Jesse Eisenberg



David (Eisenberg) e Benji (Culkin) sono due cugini molto diversi tra loro che non si vedono da un po’: uno è sposato con un figlio, misurato, pacato, con un buon lavoro; l’altro è solo, estroverso, pazzerellone, disoccupato. I due decidono di fare un viaggio insieme verso la Polonia, terra natia dell’amata nonna deceduta da poco, alla ricerca del “reale dolore”. Arrivati a Varsavia si uniscono a un piccolo gruppo di turisti accomunati da un trauma legato al loro essere ebrei. Il viaggio sarà complicato da imprevisti e situazioni comiche e non, tra i due compaiono i vecchi dissapori e tensioni di famiglia. Jesse Eisenberg dirige il suo secondo film (dopo “When you finish saving the world”) con trasporto e emozione alla ricerca delle sue origini ebree e polacche. C’è da dire che il modo con cui filma è appassionato e in alcune scene (come quella in cui il gruppo va al campo di sterminio di Majdanek) sceglie di mostrare un dolore reale prendendosi il suo tempo, senza dilungarsi e criticare. E sceglie anche di mettersi da parte come personaggio per affidare tutto il lavoro ai comprimari (che non hanno un vero carattere) e al “cugino” nella finzione che invece è monumentale. Kieran Culkin è sublime nella parte di Benji, un uomo tanto esuberante e brillante (“ogni volta che entravi in una stanza la illuminavi e io ti invidiavo” gli dice nel film David) quanto fragile. Il lavoro di Culkin è preciso, sottile, quasi impalpabile, eppure dà un tocco di realtà al suo personaggio, tanto da essere premiato come miglior attore non protagonista agli Oscar, ai Golden Globe, allo Chicago Film Critics Association Award, ai BAFTA e essere candidato agli Oscar, mentre il film  è candidato come miglior sceneggiatura originale a Jesse Eisenberg). Una simpatica e ben riuscita commedia drammatica. Da vedere, al cinema

domenica 23 febbraio 2025

THE BRUTALIST di Brady Corbet

Lazlo Toth sopravvive al campo di sterminio di Buchenwald e fugge, via nave, in America. Si trasferisce in Pennsylvania a Doylestown dove vivono il cugino Attila e sua moglie Audrey. I due hanno un negozio di mobili e Lazlo per un po' lavora per loro come architetto. È proprio grazie a Attila che Lazlo conosce Harrison Van Buren, ricco magnate che diventa suo mecenate e gli commissiona un grande lavoro, una fondazione che porti il nome della defunta madre. Ascesa e caduta di un ebreo ungherese tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni 60 nel nuovo film di Brady Corbet, un passato da attore (Mysterious Skin, Funny Games, Forza Maggiore e altri) ora regista di questa monumentale e imponente pellicola. Perché proprio di pellicola si tratta: il film è girato in 35mm formato VistaVision (un insolito 16:9) che non veniva usato dai tempi di “I due volti della vendetta” (di e con Marlon Brando, 1961). Corbet appartiene infatti a quella piccola schiera di registi che girano tecnicamente utilizzando il tipo di materiale in uso nel periodo storico narrato nel film. Inoltre il formato è perfetto per un film sull’architettura perché permette di inquadrare un edificio molto alto senza ricorrere al grandangolo. Il regista ha impiegato sei anni per trovare i finanziamenti per la propria opera, tanto da presentarlo da indipendente. Nessuna major evidentemente era disposta a produrre un film così pesantemente critico verso la società americana di quell'epoca, che profittava dell'operato degli immigrati sfruttando i loro talenti (in questo caso l'architettura) senza mai integrarli nella società e violentando l’arte con il potere del denaro. In questo senso il personaggio di Van Buren (uno strepitoso Guy Pearce) è terribile e anche gentile nei suoi modi, una gentilezza poco chiara, che nasconde qualcosa. Il film è diviso in 2 parti più un prologo e un epilogo, tanto da diventare un affresco imponente, non solo nella durata (3 ore e 20 più un intervallo, necessario, di 15 minuti) ma nella messa in scena, più che giusta e calibrata, con qualche ricerca formale interessante, qualche compiacimento e una caduta “turistica” un poco incomprensibile. Buon ritmo, dialoghi convincenti (scrivono lo stesso Corbet con la moglie Mona Fastvold) e il tentativo, più che riuscito, da parte delle scenografe (Judy Becker e Patricia Cuccia, entrambe nominate agli Oscar 2025) di delineare i personaggi attraverso la descrizione degli ambienti in cui vivono. Un'opera bellissima e forte dai tratti di toccante (dis)umanità. Adrien Brody pluripremiato (Oscar, Golden Globe, BAFTA, Critics Choice Awards nel 2025 e Chicago e New York Critcs Awards nel 2024), così come Brady Corbet (Golden Globe migliore regia e miglior film drammatico, BAFTA miglior regia, Leone d’argento per la miglior regia a Venezia 2024). Oscar alla migliore fotografia (Lol Crawley) e alla migliore volontà sonora. Nel cast anche Felicity Jones e Alessandro Nivola. Girato interamente in Ungheria è assolutamente imperdibile. Al cinema.

venerdì 14 febbraio 2025

ITACA - IL RITORNO di Uberto Pasolini



Odisseo (il bravissimo Ralph Fiennes), partito da Itaca per la guerra di Troia, fa ritorno, vent’anni dopo la fine del conflitto, sulla sua amata isola, dove ha lasciato il regno, una moglie e un figlio che non ha mai visto. Durante la sua assenza il trono è stato assediato da molti pretendenti che tormentavano Penelope, sua consorte, perché scegliesse uno di loro. Ma la donna che in cuor suo crede il marito ancora in vita, ha iniziato a tessere una tela asserendo che dopo aver terminato il suo lavoro sceglierà un uomo. Invecchiato, stanco e fiaccato dalla violenza della guerra Odisseo è aiutato dallo schiavo Eumeo (un buon Claudio Santamaria) che lo cura perché possa riprendersi il trono, la moglie e la guida del regno. Buona trasposizione cinematografica dell'Odissea di Omero, affidata all'ottimo Uberto Pasolini, che punta il dito contro la guerra e la sua (in)utilità. Il suo Odisseo è stanco, e non solo per le peregrinazioni di cui è stato vittima (Polifemo, la maga Circe, le sirene incantatrici e molti altri) e in cui si è perso, ma anche per la vergogna di tornare da solo, senza essere riuscito a salvare nessuno dei suoi soldati. È descritto come un uomo e non come lo stratega che si è inventato il cavallo di legno per entrare nel ventre della città di Troia. L'uomo di Pasolini è ombroso, avvilito e si interroga su come tutto sia guerra e del fatto che pur odiando il sangue sparso dovrà versarne altro per potersi riprendere il trono. È la consapevolezza dell'uomo guerriero che altro non ha fatto in vita sua se non la guerra, e ora quello che brama è solo la pace. Anche Penelope si chiede "perché gli uomini devono andare a fare la guerra?". Il film è ben fatto e diretto, c'è un gioco di ombre e luci che rimanda all'ombrosità dell'uomo, al suo essere poco chiaro. Pasolini dirige un nutrito cast di attori internazionali molto convincenti, tra cui Juliette Binoche (Penelope), il già citato Ralph Fiennes (Odisseo), Angela Molina (Euriclea, nutrice di Odisseo). Solo Charlie Plummer, che interpreta Telemaco, figlio di Odisseo sembra fuori luogo e non adatto al film. Girato per lo più in Italia e a Corfù, il film non è forse uno dei migliori del regista ma merita comunque la visione. Al cinema.

sabato 8 febbraio 2025

IO SONO ANCORA QUI di Walter Salles


Rio de Janeiro, 1970: Eunice e Rubens Paiva sono una coppia sulla quarantina, hanno 5 figli di varie età, conducono una vita borghese (con tanto di tata che si occupa della casa, della cucina e a volte dei figli) nella loro villa di fronte alla spiaggia. Si sta avvicinando il Natale e la vita al sole e al mare è spensierata, senza problemi, nonostante la dittatura instauratasi nel 1964 ha espulso dalla vita politica Paiva, ex deputato che svolge il suo lavoro di ingegnere; la moglie invece si occupa dei figli. Storicamente siamo nel pieno del regime, alcuni amici di Paiva partono per l'estero e lui gli affida Veroca, la loro figlia più grande perché vada a Londra, per studiare e vivere tranquilla, senza la paura che incutono i militari che girano per la città. Poi un giorno, Rubens viene "prelevato" da alcuni uomini per una deposizione. Dopo un giorno anche Eunice e Eliana, la figlia più grande rimasta, vengono prelevate e incarcerate. La figlia torna a casa il giorno successivo, mentre la madre rimane incarcerata per più di una settimana, in cui le viene chiesto ripetutamente delle attività sovversive del marito e se in un album pieno di fotografie di ricercati vede qualcuno che conosce. Eunice, che non ha nulla da dire viene rilasciata e inizia in seguito la trafila per capire dove sia il marito. Il Brasile, come i vicini di territorio (Argentina e Cile) ha avuto la sua dittatura terribile e violenta tra il 1964 e il 1985. Walter Salles regista dal forte impatto visivo (ricordate “Central Do Brasil” del 1998?) ci regala una pellicola forte e cruda, ma più che le brutture fisiche e violente delle torture e delle morti, mostra gli effetti che questi eventi hanno su una famiglia che fino a allora ha vissuto la propria vita con allegria, con una gioia quasi primordiale. In questo senso anche il figlio piccolo, Marcelo, scapestrato bimbo appassionato del pallone e del mare che ne ha sempre una, si placa intuendo che qualcosa non va, perché il padre non torna, cosa è successo? È indagando gli sguardi di Eunice (una stupenda, vibrante e emozionante Fernanda Torres), costretta a nascondere la propria disperazione al figli piccoli e vivendola con le figlie grandi, che l'orrore e l'umiliazione della dittatura vengono mostrate. E l'immagine che ne fa il regista brasiliano è il suo sguardo interrogante: perché? Perché tutto questo? Perché costringere persone serie, rette e oneste all'umiliazione di una colpa che non esiste, non c'è? Salles osserva, mostra, non giudica ma il suo sguardo, come la sua mano nel dirigere la storia (tratta dal libro omonimo di Marcelo Rubens Paiva) e un cast di attori fenomenale è ferma e sicura. Sicura come la certezza che simili vicende non dovrebbero mai (più) capitare. Un film splendido, che non cede mai al melodramma o al pietismo, emoziona e va dritto al cuore. Un thriller dell'anima, per conoscere e dire no a qualunque privazione forzata della libertà. Meritatissimo Oscar come miglior film internazionale e Golden Globe a Fernanda Torres (candidata anche agli Oscar) per la migliore attrice in un film drammatico. Miglior sceneggiatura a Venezia 2024. Da non perdere. Al cinema.

giovedì 30 gennaio 2025

HERE di Robert Zemeckis



Here, ovvero qui. Il nuovo film di Robert Zemeckis parla di un luogo qualunque, un piccolo quadrato di terra dai tempi dei dinosauri ai giorni nostri, seguendo le vicende di una tipica famiglia americana. Gioca con il tempo, e alterna passato, presente e futuro a volte anche  simultaneamente, come a dire che il tempo, in un certo senso è sempre quello, e l'uomo non è cambiato nelle sue manifestazioni di vita, di amore e di morte. La macchina da presa inquadra sempre lo stesso perimetro mentre quadrati e rettangoli digitali compaiono e si aprono sulla scena passando alla successiva, nel passato remoto o prossimo in un'alternanza temporale che prosegue per tutto il film. Che, va detto, in questo è senza dubbio geniale, però alla lunga il gioco annoia un po', nella sua ripetitività formale alla ricerca del proprio stile. Discutibile, ma efficace, girare con l'IA che modifica le età filmiche dei due protagonisti principali. In questo modo Tom Hanks e Robin Wright possono interpretare i loro ruoli sia da giovani (il ringiovanimento con IA e' strano nel risultato) che da meno giovani. Il film però soffre del limite dello spazio racchiuso che lo trasforma quasi in un kammerspiel stucchevole e noioso che tradisce l'idea di partenza dello script (del pur ottimo Eric Roth), un graphic novel dell'americano Richard McGuire. Questa sofferenza lo imprigiona in una mera operazione stilistica che poco emoziona e interessa perché si ha l'impressione di guardare una storia già vista altre volte, seppur raccontata in modo differente. Detto ciò il film è senza dubbio originale e merita la visione. Al cinema.

giovedì 23 gennaio 2025

PiCCOLE COSE COME QUESTE di Tim Mielants

 


Billy è un padre di famiglia che lavora sodo come mercante di carbone in un paesino dell’entroterra irlandese nel 1985. Ha una famiglia numerosa, cinque figlie e una moglie che lo appoggia e lo aiuta con il suo lavoro. Un giorno, poco prima di Natale, incontra per la strada un ragazzino che va a scuola con una delle figlie, e chiedendogli se gli serve qualcosa finisce per dargli delle monete per comprarsi un regalo. Questo avvenimento inizia a riportare Billy indietro nel tempo, a quando con la madre single, domestica, viveva presso una ricca signora e al suo essere bimbo senza un padre. Hanno avuto l'occhio lungo Matt Damon e Ben Affleck a produrre questo piccolo film molto appassionato e emozionante. La direzione è affidata a Tim Mielants, regista belga premiato in patria per alcuni film precedenti (Will; De Patrick) e noto per la regia della serie “The responder”: dirige con mano ferma e decisa, permettendosi anche vari piani sequenza che arricchiscono l’opera. Sceneggiato da Enda Walsh (pluripremiato per lo script di “Hunger” di Steve McQueen) e tratto dal libro omonimo di Claire Keegan il film si distingue, oltre che per la vicenda (che cresce piano con la forza impetuosa che hanno i ricordi), anche per l'ottima interpretazione di Cillian Murphy. Dopo l'Oscar per “Hoppenheimer” l'attore si misura con questo ruolo all'apparenza semplice che sviluppa anche da un punto di vista fisico. I suoi sguardi, la forza espressiva del volto e del corpo forniscono la maschera necessaria a raccontare le vicende di Billy, uomo che dovrà scegliere se dimenticare il proprio passato o provare almeno a modificare il riflesso che esso ha nel suo presente. Un film esemplare, un gioiellino interessante che arriva con forza dritto al cuore. Nel cast, in un ruolo piccolo e fondamentale Emily Watson, premiata al Festival di Berlino 2024 come migliore attrice non protagonista. Da non perdere. Al cinema.

martedì 14 gennaio 2025

L'ABBAGLIO di Roberto Andò

Partendo da Quarto (a Genova) il generale Garibaldi (il solito camaleontico Tommaso Ragno) aiutato dal colonnello Vincenzo Giordano Orsini (un grande Toni Servillo) arruolò e condusse in Sicilia mille uomini allo scopo di sconfiggere i Borboni e creare così il Regno d’Italia sotto la guida di Vittorio Emanuele II. Il nuovo film di Roberto Andò è un’opera storica da lui ben scritta (con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso) che segue molto le vicende del colonnello Orsini: questi condusse uno sparuto gruppo di soldati verso l’interno dell’isola per farsi inseguire dai borbonici che lasciarono così sguarnita la milizia a Palermo e facilitarono l’entrata di Garibaldi nella città sicula. Seguendo poi un breve racconto di Leonardo Sciascia (Il silenzio) che molto sta a cuore al regista siciliano (lo scrittore fu suo mentore) mostra un episodio poco conosciuto all’interno della missione di Orsini. Il risultato è un ottimo affresco storico in cui si respira un’aria patriottica: si percepisce la forza dello spirito idealistico che guidò Garibaldi verso la libertà dei popoli oppressi dai borbonici, genti di tutte le regioni e i dialetti d’Italia riuniti per sconfiggere lo straniero. L’opera sembra chiedersi, col senno di poi, se non fu tutta un’illusione, quella di combattere tutti uniti per uno scopo comune. C’è un discorso interessante che affiora a tratti sul concetto di libertà e sull’importanza di battersi per questo valore. Nel percorso affabulatorio introduce anche le vicende tragicomiche di due siciliani (gli ottimi Salvatore Ficarra e Valentino Picone) che si arruolano per motivi personali, disertano, e in seguito giocheranno un ruolo fondamentale all’interno della storia. Ottime interpretazioni anche di Giulia Andò, Leonardo Maltese, Pascal Greggory e della sempre magnifica Giulia Lazzarini. Da vedere, al cinema.

martedì 7 gennaio 2025

EMILIA PEREZ di Jacques Audiard



Rita (una strepitosa Zoe Saldana) è una giovane avvocata messicana che scrive i testi delle arringhe per il suo capo. È molto insoddisfatta del suo lavoro e quando riceve una telefonata da un uomo misterioso che le chiede se vuole essere ricca, accetta di andare all'appuntamento che l'uomo le propone. Al luogo indicato viene però rapita, incappucciata e trasportata al cospetto di Manitas Del Monte, boss di un potente cartello della droga che le fa una proposta di lavoro. Rita accetta e da quel momento la vita di entrambi non sarà più la stessa. Jacques Audiard scrive (!) e dirige un film particolare che gioca con i generi (letteralmente, è il caso di dirlo): commedia, dramma, musicale. Per cui può capitare che l'attrice Karla Sofia Gascon (più che giustamente premiata quale miglior attrice a Cannes 2024) interpreti un doppio ruolo, sia maschile che femminile. Per lei, prima attrice transgender a essere premiata a un festival, deve essere stata una sfida e una soddisfazione notevole. Il film è musicato nel senso che spesso invece di dialogare i personaggi cantano e ballano, ma il tutto è leggiadro e magnetico, senza forzature. E caratterizzato: il boss Manitas per convincere Rita "canta" un rap sussurrato e efficace. Il ritmo del film è serrato e se per i primi 30 minuti vola e travolge, rallenta nella parte centrale per dare spazio alla vicenda per poi volare nuovamente nell'ultima parte. Un film forte, che Audiard, regista 72enne in ottima forma, dirige con mano decisa e ben ferma, tutto è calibrato, senza sbavature o lungaggini. Anche perché i suoi sono personaggi forti, dei combattenti che non si fanno piegare dalla vita. Il suo cinema è fatto di storie uniche e irripetibili, storie di incontri tra uomini (e donne) e mondi apparentemente inconciliabili vuoi per etnia (Dheepan), vuoi per classi sociali (Un sapore di ruggine e ossa), vuoi per disabilità (Sulle mie labbra). E questo bellissimo e intrigante Emilia Perez è un film dalla trama geniale e dalla sostanza carnosa, pulsante come il cuore che racconta di sentimenti, di violenza e tenerezza, di rivalsa e di amore. E di travolgente magia, perché il cinema è magico, ci trasporta in mondi a volte lontani da noi e dalle nostre vite eppure (ci) parla, nutre la nostra anima e i nostri desideri. Come una ninna nanna al contrario, cantata a mezza voce da una bambina alla madre, e non viceversa. Musiche scritte da Camille Dalmais e Clement Ducol, testi anche dello stesso Audiard. È un film premiato ovunque, a partire dai recenti Golden Globe (Miglior film commedia o musicale, Migliore attrice non protagonista a Zoe Saldana, Miglior film straniero, miglior canzone “El mal”) per arrivare a Cannes 2024 (Premio interpretazione femminile al cast femminile, Premio della Giuria), passando per lo European Film Awards 2024 (Migliori film, regia, interprete Karla Sofia Gascon, sceneggiatura, montaggio)  e altri ancora. Da vedere e rivedere, possibilmente in lingua originale, al cinema.

martedì 17 dicembre 2024

IL TRENO DEI BAMBINI di Cristina Comencini


Amerigo, celebre violinista ricorda la sua vita passata e di come fu salvato dalla famiglia cui venne affidato. Infatti nel 1946 il partito comunista di Napoli organizzò alcuni treni detti "della felicità" che portavano i bambini poveri e denutriti dalla città partenopea, pesantemente colpita dalla guerra, a Modena e provincia per essere affidati alle famiglie delle campagne locali. Si trattava di accoglienza e non di carità, tant'è che passati sei mesi i bimbi potevano scegliere se tornare alla loro città natale o rimanere al nord. Tratto dal bel libro omonimo di Viola Ardone, Cristina Comencini dirige con mano sicura senza pietismi e lungaggini un film bello e commovente su un fatto realmente accaduto che diede un futuro a un’infanzia cui sembravano negate sopravvivenza e educazione. Il suo sguardo si sofferma anche sul ruolo delle donne comuniste dell’Emilia che, in assenza degli uomini partiti in guerra e che ancora dovevano rientrare nei paesi di nascita, si rimboccarono le maniche e svolsero le mansioni che abitualmente spettavano ai maschi. Alcune di loro combatterono i partigiani in nome di un'Italia non più divisa tra nord e sud ma unita. E’ proprio l’unità di un’Italia dei tempi andati che emoziona perché fa pensare a un periodo storico in cui l'ideologia aveva un'importanza enorme e ci si batteva per essa. Il film tratteggia anche questo aspetto, senza entrare a piedi uniti nell'argomento ma facendolo intravvedere come una parte della narrazione. La regista dirige bene anche il bravo gruppo di attori e attrici, tra cui svetta una grandissima Barbara Ronchi, cui basta un semplice movimento della testa per dare espressività al personaggio di Derna, comunista ex combattente; Antonia Truppo in un ruolo non da cattiva (finalmente!) è molto molto brava e convincente. Mentre Serena Rossi gigioneggia un poco esprimendo una napoletanità che fa pensare a una copia di Sofia Loren. Molto bravo anche Francesco Di Leva (ma quando mai non lo è!) e Manuel Cervone che impersona Amerigo bambino con grande naturalezza. Un po' “fermo” dal punto di vista espressivo Stefano Accorsi. Il film, presentato su grande schermo alla scorsa Festa del cinema di Roma viene distribuito direttamente e in esclusiva su piattaforma digitale. Da vedere, su Netflix.

sabato 7 dicembre 2024

LA STANZA ACCANTO di Pedro Almodovar



Ingrid e Martha sono due amiche di lunga data che vivono a New York: Ingrid è scrittrice e nell’ultimo libro affronta la propria incapacità ad accettare la fine della vita; Martha, ex corrispondente di guerra ha invece stilato articoli che parlavano di sofferenza e morte. Quest’ultima ha scoperto di avere un tumore che potrebbe essere curabile, ma ha accettato l’idea e la possibilità di “abbandonare il party”, prendendo una pillola che dà la morte acquistata nel dark web e chiede all’amica di vivere con lei gli ultimi giorni di vita. Sulla carta l’ultimo film di Almodovar è importante e necessario in un’epoca in cui si parla spesso di eutanasia e di morte assistita. Tratto dal romanzo “Attraverso la vita” di Sigrid Nunez e sceneggiato dal regista stesso sembrerebbe che tutto funzioni. Invece qualcosa manca: il film, nonostante il buon ritmo e le interpretazioni magistrali di due attrici strepitose e perfette, Julianne Moore (Ingrid) e Tilda Swinton (Martha), non arriva dove dovrebbe. Si contorce tra questioni di cambiamento (climatico, passaggio dalla vita alla morte) e legali e tralascia l’emotività, l’empatia che si dovrebbe creare tra vicenda filmica e spettatore: se l’emozione viene a mancare ci si può limitare solo a osservare una storia e non a viverla. Inoltre si ha l’impressione che i dialoghi, d’altronde molto belli, siano perfetti per un film spagnolo con attori europei ma risultino finti per una messa in scena americana, nonostante lo sforzo per renderlo vero delle attrici. Spiace perché da questo film, primo in lingua inglese del regista spagnolo, ci si attendeva di più, forse più struggimento e più realtà. A tratti poetico e malinconico, il film ha vinto il Leone d’Oro all’ultimo festival di Venezia. Nel cast figurano anche John Turturro e Alessandro Nivola. Al cinema.

sabato 30 novembre 2024

IL CORPO di Vincenzo Alfieri

 


Rebecca Zuin, imprenditrice a capo di una grande industria farmaceutica, viene trovata morta, per infarto, dalla governante della casa dove lei e il marito Bruno, più giovane di alcuni anni, vivono. Misteriosamente però durante la notte il corpo sparisce dall'obitorio in cui si trova in attesa dell'autopsia. Viene incaricato delle indagini l'ispettore Cosser che intuisce che il caso è piuttosto complicato. Gioca molto con il genere thriller e investigativo il giovane regista Vincenzo Alfieri, classe 1986: dei tre film precedenti il più memorabile è senza dubbio "Gli uomini d'oro" del 2019. Per “Il corpo” riprende e sviluppa insieme a Giuseppe Stasi (“The bad guy”) il soggetto originale de "El cuerpo" di Oriol Paulo (“Contrattempo”) pellicola spagnola del 2012 che ha al suo attivo 3 remake tra Corea e India: presenti alcuni rimandi di atmosfere “horror” che molto piacciono in quei paesi, porte che sbattono improvvisamente, luce che se ne va di colpo, elettricità sfrigolante e poco altro. Elementi ripresi lievemente da Alfieri, quasi per omaggiare il film da cui proviene più che per un vero e proprio utilizzo. “Il corpo” è un buon noir intrigante e solido, ben scritto e montato che colpisce per l'originalità della vicenda e per il finale. Il tutto ancor più valorizzato dalla ottime interpretazioni di Giuseppe Battiston (che pare omaggiare più che il tenente Colombo la figura di Maigret), di una molto brava e perfetta nella parte Claudia Gerini, e dei molto convincenti Andrea Sartoretti e Amanda Campana, mentre un po’ fuori ruolo risulta essere Andrea De Luigi. Un film accattivante da vedere al cinema

venerdì 22 novembre 2024

ANORA di Sean Baker

La giovane Anora, detta Ani, lavora in uno strip club di New York e ogni tanto si concede ai suoi clienti per un extra. Nel locale incontra il russo Ivan, detto Vanja, giovane anch’egli che la travolge con la sua buffa (in senso “cool”) vitalità e la sua ricchezza sfrenata: per un po’ hanno degli incontri di sesso a pagamento nella casa, pardon nella reggia, del russo; in seguito lui le offre 15.000 dollari per una settimana durante la quale i due giovani si sposano e da quel momento la loro vita non sarà più la stessa. Sean Baker scrive, produce, dirige e monta il suo nuovo film. Regista indipendente e sconosciuto ai più, si è messo in mostra nel 2017 col bel film “Un sogno chiamato Florida” con Willem Dafoe interprete maschile principale. Nelle sue opere (questa è l’ottava, la terza uscita in Italia) sono spesso presenti personaggi che vivono ai margini della società o lavoratori del sesso. In “Anora” è espressa molto bene la volgarità dei tempi attuali che identifica la ricchezza con la felicità a dispetto del valore dei sentimenti che sono totalmente cancellati dall’abuso di sostanze e di sesso. La prima parte del film è incredibile, il montaggio rapido e fluente ci guida attraverso il folle e esagerato mondo di Vanja e il suo stile di vita ricco di eccessi. Nella seconda parte la storia si placa, in apparenza, e il ritmo è mantenuto costante da una tensione drammatica che lo anima fino alla fine. Baker sa scrivere e sa girare molto bene, le sue non sono immagini estetiche, nulla è lasciato al caso o all’improvvisazione, tutto è ben calcolato, anche la maestria nel miscelare la commedia al dramma. Il film vanta un cast di grandi attori sconosciuti: la strepitosa Mikey Madison (Oscar per Migliore attrice 2025)  interpreta la Anora del titolo, mentre gli attori russi Mark Ejdelstein (Vanja) e Jurij Borisov (Igor, e scoprirete chi è) sono noti in patria, ma ignoti nel mercato europeo e americano. Il film ha vinto la Palma d’Oro al festival di Cannes 2024 e meno male, perché altrimenti avremmo perso la possibilità di vedere questo gioiellino. Consiglio la visione in lingua originale, alcuni dialoghi sono in russo e si perderebbero le sfumature del linguaggio che in genere risulta appiattito e storpiato quando doppiato in italiano. Oscar a Sean Baker per Miglior sceneggiatura originale, film, regia e fotografia. Da non perdere, al cinema.

domenica 17 novembre 2024

GIURATO NUMERO 2 di Clint Eastwood

Il giovane giornalista Justin sta per diventare padre quando viene chiamato a far parte di una giuria popolare in una cittadina in Georgia. Il processo per cui viene convocato a deliberare riguarda un fatto avvenuto l’anno precedente ovvero l’omicidio di una donna perpetrato dal suo fidanzato. Durante il processo Justin si rende conto di essere implicato suo malgrado nei fatti svoltisi e dovrà decidere se far condannare l’uomo che sa essere innocente oppure il contrario. E’ sempre un piacere vedere un film diretto dal quasi centenario Clint Eastwood (il ragazzo ha 94 primavere) soprattutto se l’opera in questione ha un buon ritmo e montaggio e la vicenda è in grado di sollevare dubbi e domande. E’ il caso di questo ottimo “Giurato numero 2” che pesca a man bassa nel legal drama e ha il suo punto di forza nel contrasto tra menzogna e verità e il loro rapporto con la giustizia che, ricordiamo essere uno dei cardini della costituzione americana. “A volte la verità non è giustizia” dice un personaggio nel film e sembra quasi che Clint opti per una piuttosto che per l’altra. Costruito come un thriller è in grado di tenere col fiato sospeso e il prendere le parti del giurato numero 2 sottende la domanda: cosa farei io? In questo modo si genera una forma di empatia tra il personaggio del giornalista e lo spettatore che rimane “coinvolto” nella vicenda. Il tutto è semplice, sobrio, efficace. Attori tutti molto bravi, a cominciare da Nicholas Hoult (The menu, La favorita) per proseguire con la grande Toni Collette (che ci piacerebbe vedere di più) e poi J. K.  Simmons (Whiplash), il caratterista Chris Messina (Call Jane, The Sinner - tv) e Kiefer Sutherland. Un gran bel film, da non perdere (anche perché, a detta di Eastwood, potrebbe essere il suo ultimo da regista). Al cinema.

venerdì 8 novembre 2024

PARTHENOPE di Paolo Sorrentino



Nel 1950 Parthenope nasce in mare, a Posillipo, dove la madre la partorisce. Da quello stesso mare la rivediamo emergere, bella come una sirena, quando la giovane ha vent’anni. Insieme al fratello maggiore Raimondo e a Sandrino, figlio della governante della villa lussuosa in cui vivono, decidono di passare l’estate a Capri. Parthenope diventa consapevole della propria bellezza e della fascinazione che Sandrino prova per lei e intuisce anche l’ossessione di suo fratello, un desiderio che arriva quasi all’incesto. Sull’isola Parthenope è corteggiata da molti uomini che la vogliono e la tentano, ma più di tutti lei si avvicina allo scrittore John Cheever che le raccomanda di godere di tutto quel che la sua giovane età saprà procurarle. Durante la vacanza si concede a Sandrino causando la disperazione del fratello che si suicida da una scogliera dell’isola. Sconvolta, Parthenope torna a Napoli dove, a fatica, riprende gli studi universitari. Nel 1974, prossima alla laurea propone al professor Marotta, con cui ha sostenuto tutti gli esami del corso di antropologia, una tesi sul suicidio, ma l’accademico le propone di scrivere sull’impatto culturale del miracolo di San Gennaro. In seguito … L’ultimo film di Paolo Sorrentino racconta ancora di Napoli dopo il bello, riuscitissimo film precedente, quel “E’ stata la mano di Dio” che tanto faceva pensare a un grande ritorno del regista napoletano. Qui però il racconto di Parthenope ragazza e poi donna si fa simbolo di una città dalle mille facce, seducente e sedotta, povera ma a testa alta, sempre pronta a invocare al miracolo tanto da provocarlo. La città che non ama la propria napoletanità e la rifugge, la insulta, che mostra le cosche criminali e le loro faccende sconvolgenti. Pur avendo in sé la bellezza e le contraddizioni della città Parthenope film ci pare un po’ troppo. Troppo tutto: la parte del 1970 è tutta volta all’estetica: grandi vestiti, ambienti sfarzosi con finestre che si aprono sul mare, dai colori anche un po’ finti, grandi svolazzi di tende. D’accordo che tra le case di produzione compare la “Saint Laurent Productions” ma per i primi trenta minuti, o giù di lì, sembra di assistere a un lungo spot di un profumo o di un abito. Noioso. Poi la storia ha inizio, si ha un po’ di respiro dall’estetica a tutti i costi. E però arriva la simbologia: Luisa Ranieri trasformata in una brutta copia di Sofia Loren, Isabella Ferrari ricoperta da una maschera sul viso, poi la brutta scena dell’accoppiamento tra giovani di famiglie di camorra differenti, per arrivare a una strana creatura dall’aria garroniana che suscita domande e poco convince. Divertenti invece le scene con il professore universitario, un grande Silvio Orlando: questo è l’unico elemento bello (senza estetismi) e naturale, così come naturali sono le scene con John Cheever (un monumentale Gary Oldman). Per il resto tutto sembra finto, posticcio, farlocco: dai dialoghi, alle immagini, al mare troppo blu/verde, ai colori pastellati d’arancio. Nel cast molto brava, oltre che bella, Celeste Dalla Porta; inoltre Stefania Sandrelli, Peppe Lanzetta, Nello Mascia. Presentato al cinema avrà un passaggio successivo anche su Netflix dove, se proprio vorrete, potrete vederlo.

sabato 2 novembre 2024

IL TEMPO CHE CI VUOLE di Francesca Comencini

 


Francesca Comencini scrive e dirige un film autobiografico, sulla figura del padre Luigi e del rapporto avuto con lui fin dall'infanzia. In seguito, mentre il paese è martoriato dagli anni di piombo e dalla ribellione contro sistema e famiglia, la giovane combatte contro la tossicodipendenza in cui è caduta. Per questo è aiutata dal padre che mette da parte il proprio lavoro  e la porta a Parigi per "il tempo che ci vuole" a curarla e a farla star bene. Forse discutibile ma di grande effetto l'operazione in scrittura e shooting del rapporto che Francesca ha avuto col genitore: esclude dal racconto la madre e le tre sorelle per sottolineare l'importanza esclusiva della relazione che riguardava solo lei e il padre. Ne esce un ritratto mirabile di un uomo di altri tempi, un signore gentile ma deciso nel far rispettare i diritti suoi e della figlia. Già Truffaut (e molti altri dopo di lui) ci avevano mostrato la bellezza del cinema che racconta e mostra il cinema: al pari qui Francesca Comencini ricorda la sua partecipazione da bambina a “Le avventure di Pinocchio”, famoso sceneggiato tv scritto e realizzato dal padre con Manfredi, Lollobrigida, Franchi e Ingrassia. Così come la vediamo sul set del film di Luigi Comencini “Un ragazzo di Calabria” sceneggiato insieme al padre. Il punto di forza della pellicola è proprio “Il tempo che ci vuole” a mostrare la bellezza dell'innamoramento psichico che una figlia può avere per il padre. Ne esce l’immagine di un rapporto commovente e emozionante, così come emozionanti sono i due fantastici interpreti, Fabrizio Gifuni e Romana Maggiora Vergano. Da vedere. Al cinema.