Archivio

mercoledì 2 aprile 2025

LEE MILLER di Ellen Kuras

Un’anziana signora, Lee Miller, racconta a un giovane giornalista, venuto a intervistarla nella sua casa di campagna, la storia della propria vita. Partendo dagli anni ‘30 Lee Miller, modella americana conduce una vita bohemien nel sud della Francia, attorniata da amici come Paul Eluard, Man Ray, Picasso, Dora Maar. Lì conosce il futuro marito Roland Penrose con il quale si trasferisce a Londra. Lui è artista e poeta, lei smette di fare la modella e inizia il lavoro di fotografa di moda e di arte. Ma la seconda guerra mondiale incombe. Prodotto, tra gli altri, da una Kate Winslet in gran forma che da volto e corpo alla figura di Lee Miller: il film mostra un bellissimo ritratto di donna forte e coraggiosa che osò sfidare le convenzioni dell’epoca e con caparbietà riuscì a passare da oggetto fotografato a soggetto fotografante. In questo fu aiutata da un gruppo di amici: tra di loro ci fu anche George Hoyningen - Huene (se siete a Milano andate a vedere la mostra a lui dedicata a Palazzo Reale) che la ritrasse in più di uno scatto. Alla regia nel suo primo lungo di finzione esordisce Ellen Kuras (già documentarista e direttrice della fotografia per Michel Gondry, Spike Lee, Sam Mendes, Martin Scorsese e molti altri): riesce a dare un ottimo ritmo alla vicenda, (basata sul libro di Antony Penrose “Le molte vite di Lee Miller”) senza cadute, manierismi e ricerche stilistiche particolari e interrogando la vicenda con stile documentaristico. Ottima interpretazione molta accorata della già citata Winslet (candidata come miglior attrice ai Golden globe); più misurate (ma non per questo meno efficaci) quelle di Alexander Skarsgard (Roland Penrose), Marion Cotillard e Josh O’ Connor. Nel complesso un ottimo film da non perdere. Al cinema.

domenica 23 marzo 2025

L'ORTO AMERICANO di Pupi Avati


Nel 1946 a Bologna, un giovane scrittore (Filippo Scotti) viene “fulminato” da una giovane infermiera dell’esercito americano di stanza nel capoluogo emiliano. Settimane dopo, grazie a uno scambio di case, si reca in un paesino dello Iowa per vivere 6 mesi negli Stati Uniti. Lì, per una casualità viene a scoprire che l’anziana vicina di casa è la madre dell’infermiera che lui ha visto a Bologna: la ragazza è misteriosamente scomparsa a Argenta, in Emilia. Il ragazzo decide di tornare in Italia a cercarla. Con tutta la bontà e la simpatia che si può provare per Pupi Avati non si può dire che il nuovo film dell’86enne regista bolognese sia un capolavoro. Tutt’altro purtroppo. E’ girato in un bianco e nero secco nella prima parte, (dagli echi hitchcockiani) e più morbido e caldo nella seconda parte (“alla Rossellini” per dirla con le parole del regista alla presentazione del film). La pellicola parte bene ma poi si avvolge un po’ su se stessa e sulle interpretazioni degli attori, non troppo convincenti, a volte perfino superficiali. Peccato perché l’opera ha in sé molti punti comuni del cinema di Avati: il colpo di fulmine (purtroppo qui sottolineato da uno slow-motion una musica romantica), la ricerca dell’amata, l’eroe giovane e spesso ingenuo e curioso. Girato e fotografato bene (da Cesare Bastelli, habitué del regista) è tecnicamente valido. Quello che non va, forse demerito anche della scrittura (tratta dal libro omonimo del regista che firma la sceneggiatura con il figlio Tommaso) che cerca di mandare avanti la storia invece che aprirla allo sguardo (e al cuore!) dello spettatore, è che non si prova molto interesse nella vicenda. Come se l’autore conoscesse tanto bene la storia, per lui così  evidente, da “dimenticarsi” di spiegarla e mostrarla a chi guarda. Non svelata non si da il giusto valore alla vicenda. Convincono i ruoli secondari di Chiara Caselli e Cesare Cremonini. Un’operazione non molto riuscita che si può anche evitare. Al cinema.

venerdì 28 febbraio 2025

A REAL PAIN di Jesse Eisenberg



David (Eisenberg) e Benji (Culkin) sono due cugini molto diversi tra loro che non si vedono da un po’: uno è sposato con un figlio, misurato, pacato, con un buon lavoro; l’altro è solo, estroverso, pazzerellone, disoccupato. I due decidono di fare un viaggio insieme verso la Polonia, terra natia dell’amata nonna deceduta da poco, alla ricerca del “reale dolore”. Arrivati a Varsavia si uniscono a un piccolo gruppo di turisti accomunati da un trauma legato al loro essere ebrei. Il viaggio sarà complicato da imprevisti e situazioni comiche e non, tra i due compaiono i vecchi dissapori e tensioni di famiglia. Jesse Eisenberg dirige il suo secondo film (dopo “When you finish saving the world”) con trasporto e emozione alla ricerca delle sue origini ebree e polacche. C’è da dire che il modo con cui filma è appassionato e in alcune scene (come quella in cui il gruppo va al campo di sterminio di Majdanek) sceglie di mostrare un dolore reale prendendosi il suo tempo, senza dilungarsi e criticare. E sceglie anche di mettersi da parte come personaggio per affidare tutto il lavoro ai comprimari (che non hanno un vero carattere) e al “cugino” nella finzione che invece è monumentale. Kieran Culkin è sublime nella parte di Benji, un uomo tanto esuberante e brillante (“ogni volta che entravi in una stanza la illuminavi e io ti invidiavo” gli dice nel film David) quanto fragile. Il lavoro di Culkin è preciso, sottile, quasi impalpabile, eppure dà un tocco di realtà al suo personaggio, tanto da essere premiato come miglior attore non protagonista agli Oscar, ai Golden Globe, allo Chicago Film Critics Association Award, ai BAFTA e essere candidato agli Oscar, mentre il film  è candidato come miglior sceneggiatura originale a Jesse Eisenberg). Una simpatica e ben riuscita commedia drammatica. Da vedere, al cinema

domenica 23 febbraio 2025

THE BRUTALIST di Brady Corbet

Lazlo Toth sopravvive al campo di sterminio di Buchenwald e fugge, via nave, in America. Si trasferisce in Pennsylvania a Doylestown dove vivono il cugino Attila e sua moglie Audrey. I due hanno un negozio di mobili e Lazlo per un po' lavora per loro come architetto. È proprio grazie a Attila che Lazlo conosce Harrison Van Buren, ricco magnate che diventa suo mecenate e gli commissiona un grande lavoro, una fondazione che porti il nome della defunta madre. Ascesa e caduta di un ebreo ungherese tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni 60 nel nuovo film di Brady Corbet, un passato da attore (Mysterious Skin, Funny Games, Forza Maggiore e altri) ora regista di questa monumentale e imponente pellicola. Perché proprio di pellicola si tratta: il film è girato in 35mm formato VistaVision (un insolito 16:9) che non veniva usato dai tempi di “I due volti della vendetta” (di e con Marlon Brando, 1961). Corbet appartiene infatti a quella piccola schiera di registi che girano tecnicamente utilizzando il tipo di materiale in uso nel periodo storico narrato nel film. Inoltre il formato è perfetto per un film sull’architettura perché permette di inquadrare un edificio molto alto senza ricorrere al grandangolo. Il regista ha impiegato sei anni per trovare i finanziamenti per la propria opera, tanto da presentarlo da indipendente. Nessuna major evidentemente era disposta a produrre un film così pesantemente critico verso la società americana di quell'epoca, che profittava dell'operato degli immigrati sfruttando i loro talenti (in questo caso l'architettura) senza mai integrarli nella società e violentando l’arte con il potere del denaro. In questo senso il personaggio di Van Buren (uno strepitoso Guy Pearce) è terribile e anche gentile nei suoi modi, una gentilezza poco chiara, che nasconde qualcosa. Il film è diviso in 2 parti più un prologo e un epilogo, tanto da diventare un affresco imponente, non solo nella durata (3 ore e 20 più un intervallo, necessario, di 15 minuti) ma nella messa in scena, più che giusta e calibrata, con qualche ricerca formale interessante, qualche compiacimento e una caduta “turistica” un poco incomprensibile. Buon ritmo, dialoghi convincenti (scrivono lo stesso Corbet con la moglie Mona Fastvold) e il tentativo, più che riuscito, da parte delle scenografe (Judy Becker e Patricia Cuccia, entrambe nominate agli Oscar 2025) di delineare i personaggi attraverso la descrizione degli ambienti in cui vivono. Un'opera bellissima e forte dai tratti di toccante (dis)umanità. Adrien Brody pluripremiato (Oscar, Golden Globe, BAFTA, Critics Choice Awards nel 2025 e Chicago e New York Critcs Awards nel 2024), così come Brady Corbet (Golden Globe migliore regia e miglior film drammatico, BAFTA miglior regia, Leone d’argento per la miglior regia a Venezia 2024). Oscar alla migliore fotografia (Lol Crawley) e alla migliore volontà sonora. Nel cast anche Felicity Jones e Alessandro Nivola. Girato interamente in Ungheria è assolutamente imperdibile. Al cinema.

venerdì 14 febbraio 2025

ITACA - IL RITORNO di Uberto Pasolini



Odisseo (il bravissimo Ralph Fiennes), partito da Itaca per la guerra di Troia, fa ritorno, vent’anni dopo la fine del conflitto, sulla sua amata isola, dove ha lasciato il regno, una moglie e un figlio che non ha mai visto. Durante la sua assenza il trono è stato assediato da molti pretendenti che tormentavano Penelope, sua consorte, perché scegliesse uno di loro. Ma la donna che in cuor suo crede il marito ancora in vita, ha iniziato a tessere una tela asserendo che dopo aver terminato il suo lavoro sceglierà un uomo. Invecchiato, stanco e fiaccato dalla violenza della guerra Odisseo è aiutato dallo schiavo Eumeo (un buon Claudio Santamaria) che lo cura perché possa riprendersi il trono, la moglie e la guida del regno. Buona trasposizione cinematografica dell'Odissea di Omero, affidata all'ottimo Uberto Pasolini, che punta il dito contro la guerra e la sua (in)utilità. Il suo Odisseo è stanco, e non solo per le peregrinazioni di cui è stato vittima (Polifemo, la maga Circe, le sirene incantatrici e molti altri) e in cui si è perso, ma anche per la vergogna di tornare da solo, senza essere riuscito a salvare nessuno dei suoi soldati. È descritto come un uomo e non come lo stratega che si è inventato il cavallo di legno per entrare nel ventre della città di Troia. L'uomo di Pasolini è ombroso, avvilito e si interroga su come tutto sia guerra e del fatto che pur odiando il sangue sparso dovrà versarne altro per potersi riprendere il trono. È la consapevolezza dell'uomo guerriero che altro non ha fatto in vita sua se non la guerra, e ora quello che brama è solo la pace. Anche Penelope si chiede "perché gli uomini devono andare a fare la guerra?". Il film è ben fatto e diretto, c'è un gioco di ombre e luci che rimanda all'ombrosità dell'uomo, al suo essere poco chiaro. Pasolini dirige un nutrito cast di attori internazionali molto convincenti, tra cui Juliette Binoche (Penelope), il già citato Ralph Fiennes (Odisseo), Angela Molina (Euriclea, nutrice di Odisseo). Solo Charlie Plummer, che interpreta Telemaco, figlio di Odisseo sembra fuori luogo e non adatto al film. Girato per lo più in Italia e a Corfù, il film non è forse uno dei migliori del regista ma merita comunque la visione. Al cinema.

sabato 8 febbraio 2025

IO SONO ANCORA QUI di Walter Salles


Rio de Janeiro, 1970: Eunice e Rubens Paiva sono una coppia sulla quarantina, hanno 5 figli di varie età, conducono una vita borghese (con tanto di tata che si occupa della casa, della cucina e a volte dei figli) nella loro villa di fronte alla spiaggia. Si sta avvicinando il Natale e la vita al sole e al mare è spensierata, senza problemi, nonostante la dittatura instauratasi nel 1964 ha espulso dalla vita politica Paiva, ex deputato che svolge il suo lavoro di ingegnere; la moglie invece si occupa dei figli. Storicamente siamo nel pieno del regime, alcuni amici di Paiva partono per l'estero e lui gli affida Veroca, la loro figlia più grande perché vada a Londra, per studiare e vivere tranquilla, senza la paura che incutono i militari che girano per la città. Poi un giorno, Rubens viene "prelevato" da alcuni uomini per una deposizione. Dopo un giorno anche Eunice e Eliana, la figlia più grande rimasta, vengono prelevate e incarcerate. La figlia torna a casa il giorno successivo, mentre la madre rimane incarcerata per più di una settimana, in cui le viene chiesto ripetutamente delle attività sovversive del marito e se in un album pieno di fotografie di ricercati vede qualcuno che conosce. Eunice, che non ha nulla da dire viene rilasciata e inizia in seguito la trafila per capire dove sia il marito. Il Brasile, come i vicini di territorio (Argentina e Cile) ha avuto la sua dittatura terribile e violenta tra il 1964 e il 1985. Walter Salles regista dal forte impatto visivo (ricordate “Central Do Brasil” del 1998?) ci regala una pellicola forte e cruda, ma più che le brutture fisiche e violente delle torture e delle morti, mostra gli effetti che questi eventi hanno su una famiglia che fino a allora ha vissuto la propria vita con allegria, con una gioia quasi primordiale. In questo senso anche il figlio piccolo, Marcelo, scapestrato bimbo appassionato del pallone e del mare che ne ha sempre una, si placa intuendo che qualcosa non va, perché il padre non torna, cosa è successo? È indagando gli sguardi di Eunice (una stupenda, vibrante e emozionante Fernanda Torres), costretta a nascondere la propria disperazione al figli piccoli e vivendola con le figlie grandi, che l'orrore e l'umiliazione della dittatura vengono mostrate. E l'immagine che ne fa il regista brasiliano è il suo sguardo interrogante: perché? Perché tutto questo? Perché costringere persone serie, rette e oneste all'umiliazione di una colpa che non esiste, non c'è? Salles osserva, mostra, non giudica ma il suo sguardo, come la sua mano nel dirigere la storia (tratta dal libro omonimo di Marcelo Rubens Paiva) e un cast di attori fenomenale è ferma e sicura. Sicura come la certezza che simili vicende non dovrebbero mai (più) capitare. Un film splendido, che non cede mai al melodramma o al pietismo, emoziona e va dritto al cuore. Un thriller dell'anima, per conoscere e dire no a qualunque privazione forzata della libertà. Meritatissimo Oscar come miglior film internazionale e Golden Globe a Fernanda Torres (candidata anche agli Oscar) per la migliore attrice in un film drammatico. Miglior sceneggiatura a Venezia 2024. Da non perdere. Al cinema.

giovedì 30 gennaio 2025

HERE di Robert Zemeckis



Here, ovvero qui. Il nuovo film di Robert Zemeckis parla di un luogo qualunque, un piccolo quadrato di terra dai tempi dei dinosauri ai giorni nostri, seguendo le vicende di una tipica famiglia americana. Gioca con il tempo, e alterna passato, presente e futuro a volte anche  simultaneamente, come a dire che il tempo, in un certo senso è sempre quello, e l'uomo non è cambiato nelle sue manifestazioni di vita, di amore e di morte. La macchina da presa inquadra sempre lo stesso perimetro mentre quadrati e rettangoli digitali compaiono e si aprono sulla scena passando alla successiva, nel passato remoto o prossimo in un'alternanza temporale che prosegue per tutto il film. Che, va detto, in questo è senza dubbio geniale, però alla lunga il gioco annoia un po', nella sua ripetitività formale alla ricerca del proprio stile. Discutibile, ma efficace, girare con l'IA che modifica le età filmiche dei due protagonisti principali. In questo modo Tom Hanks e Robin Wright possono interpretare i loro ruoli sia da giovani (il ringiovanimento con IA e' strano nel risultato) che da meno giovani. Il film però soffre del limite dello spazio racchiuso che lo trasforma quasi in un kammerspiel stucchevole e noioso che tradisce l'idea di partenza dello script (del pur ottimo Eric Roth), un graphic novel dell'americano Richard McGuire. Questa sofferenza lo imprigiona in una mera operazione stilistica che poco emoziona e interessa perché si ha l'impressione di guardare una storia già vista altre volte, seppur raccontata in modo differente. Detto ciò il film è senza dubbio originale e merita la visione. Al cinema.