Archivio

giovedì 21 marzo 2024

MAY DECEMBER di Todd Haynes

 

Nella grande casa con giardino di Gracie (una sempre brava Julianne Moore) tutto è pronto per l'arrivo di Elizabeth (Natalie Portman), giovane attrice che presto la interpreterà in un biopic. Elizabeth viene accolta con diffidenza da Joe (Charles Menton), marito di Gracie, mentre quest'ultima è invece lusingata del rinnovato interesse che la sua storia ancora suscita: la coppia una ventina di anni prima fu infatti al centro di uno scandalo causato dalla loro relazione, lei 36 anni e lui 12. Con attenzione quasi entomologia l'attrice, tramite domande e sempre maggiori frequentazioni, cerca di ca(r)pire la reale verità della loro vita di coppia, così da poterla poi ricreare nel film che interpreterà. Il nuovo film di Todd Haynes (“Lontano dal paradiso”, “Io non sono qui”, “Cattive acque”) si muove tutto tra percezione e proiezione della realtà, doppie immagini, giochi di specchi, identità celate, voyeurismo e l'ego smisurato di due donne forse deluse dalle loro vite. Ma al contrario di altre sue opere più emozionanti (in primis “Lontano dal paradiso) qui l'operazione è algida, si crea una distanza nello sguardo non giudicante del regista che, calandosi nei panni di Elizabeth osserva le conseguenze di un fatto avvenuto vent’anni prima. Lo spettatore perciò assiste all'indagine sempre più fitta e invadente dell’attrice rimanendo emotivamente distaccato. Tuttavia il duello che si instaura tra le due donne, nella storia, nell'interpretazione e nell’efficace regia è molto godibile e vale, da sola, il costo del biglietto. La storia trae origine dallo scandalo che avvenne a Seattle nel 1996 quando l'insegnante 34enne Mary Kay Letourneau sedusse lo studente 12enne Vili Fualaau. Il titolo si rifà a una locuzione anglofona che indica una relazione tra una persona molto giovane e una molto più matura. Charles Menton (noto per la serie “Riverdale”) ha ricevuto molti riconoscimenti per il ruolo di Joe: Miglior attore non protagonista (Chicago Film Critics Association 2023, Gotham Independent Film 2023, New York Film Critics 2023, London Critics Circle Film 2024, National Society of Films Critics 2024). Nel complesso un film drammatico di ottima fattura e interpretazione. Al cinema.

mercoledì 13 marzo 2024

LA ZONA D’INTERESSE di Jonathan Glazer

 

Rudolf Höss, la moglie Hedwig e i cinque figli vivono in una casa grande con un bel giardino dove sono coltivate piante di ogni genere. Una famiglia come tante se non fosse che il signor Höss è il comandante del prospiciente campo di concentramento di Auschwitz. La zona di interesse è l’area di circa 25 miglia che si estende attorno al lager e al cui interno, incuranti agli orrori che si stanno consumando dall’altra parte del muro che li divide, vive con spensieratezza la famiglia felice. E’ un film strano e terribile questo dell’inglese Jonathan Glazer, che idealmente prosegue il lavoro precedente, datato 2013, “Under the skin”: se lì la protagonista Laura (Scarlett Johansson) pare non provare emozione né alcun tipo di sentimento verso le sue vittime, qui si ha la certezza dell’indifferenza allo strazio e al dolore inflitto a una parte del genere umano (che anzi viene visto solo come un ingombrante numero di persone da eliminare). Tratto dal romanzo omonimo di Martin Amis il film è stato girato a Auschwitz: la casa degli Höss è stata ricostruita dallo scenografo Chris Oddy e le riprese sono state effettuate utilizzando solo luce naturale e mettendo delle camere da presa remote in modo che gli attori potessero muoversi con naturalezza all’interno della scena. Ecco spiegata la mancanza di primi piani: la distanza dei campi medi, una cosa cui siamo poco abituati, sottolinea la distanza del regista che non giudica ma si limita a osservare con l’occhio dell’entomologo, regalando primissimi piani a piante e fiori. Ma chi la fa da padrone nel film è il sonoro, o forse sarebbe meglio dire il rumore. All’inizio è solo buio e suoni inquietanti, si crea attesa e disagio in chi guarda: questa scelta è un “aiuto” allo spettatore che deve entrare nella storia non solo per quello che si vede ma soprattutto per quello che si sente e che non viene mostrato dalla macchina da presa. Tra le interpretazioni, molto convincenti, si distingue Sandra Hüller (Anatomia di una caduta). Oltre ai premi di Cannes 2023 (Gran Prix speciale della Giuria, Premio Fipresci e Soundtrack Award a Mica Levi) il film ha conquistato l’Oscar 2024 come Miglior film internazionale e Miglior Sonoro. Un film necessario che non lascia indifferenti, da mostrare alle nuove generazioni per non dimenticare. Da guardare e ascoltare con attenzione. Da non perdere. Al cinema.

mercoledì 6 marzo 2024

MEMORY di Michel Franco

 

Sylvia (Jessica Chastain), assistente sociale ex alcolista, dopo essere stata a una festa di vecchi compagni di scuola viene seguita fin sotto casa da un uomo, Saul (Peter Sarsgaard). Il mattino dopo lo trova ancora sotto casa sua, l’uomo però sembra non sapere dove si trova né perché. Sylvia telefona al fratello dell’uomo perché lo venga a prendere. La donna li accompagna e una volta arrivati il fratello di Saul si scusa con lei dicendole che Saul è affetto da demenza ad esordio giovanile e perciò è spesso disorientato, confuso e fatica a ricordare. Il nuovo film di Michel Franco (Nuevo orden) non è certo solo una storia sui disagi che la demenza può causare. Semmai è un discorso più ampio sulla memoria, su ciò che ricordiamo e sul modo in cui il tempo agisce sulla qualità dei nostri ricordi e su come, a volte, li distorce. In questo senso il regista messicano crea una sorta di microcosmo utopistico al cui interno i soggetti, Saul e Sylvia, si ritrovano l’uno insieme all’altro, uniti seppur con sofferenza contro il resto del mondo “normale” che li vorrebbe separati. Un film intenso, bellissimo, struggente, che non lascia indifferenti ma anzi apre a domande, questioni, possibilità. Lo stile secco ma non respingente e la scrittura dell’autore rendono la storia coinvolgente e emozionante. Buon ritmo e ottime interpretazioni fanno di questo film un’opera interessante e convincente. Nel cast anche Merritt Wever (Nurse Jackie, Unbelievable), Jessica Harper (Minority Report, Bones and all), Josh Charles (The good wife). Coppa Volpi per il miglior attore al Festival di Venezia 2023 allo straordinario Peter Sarsgaard. Da non perdere. Al cinema.

lunedì 26 febbraio 2024

LA SALA PROFESSORI di İlker Çatak

 

Carla Novak è la nuova insegnante di una classe media presso una scuola tedesca. Di impianto idealista, cerca di far luce su una serie di furti avvenuti nella sala professori. Decide di indagare personalmente e per questo registra con la camera del proprio computer la sua giacca, poggiata su una sedia, con il portafoglio dentro una tasca, nella speranza di poter identificare il ladro. Le conseguenze del suo gesto scateneranno una serie di reazioni a cascata. All’inizio non sembra accader nulla, poi succede qualunque cosa, tra discriminazione sociale, bullismo, violazione della privacy e molto altro. Il regista tedesco di origine turca Ilker Çatak per parlare della società nel suo complesso parte da una situazione che avviene  in una scuola: c’è un capo di Stato (la preside e il consiglio dei docenti) che detiene il potere, c’è il popolo (rappresentato dagli studenti), c’è l’organo di stampa che racconta la sua verità (il giornalino della scuola). Per dare il senso di pressione in cui il personaggio principale, interpretato da un’ottima Leonie Benesch (Il nastro bianco, Lezioni di persiano, Babylon Berlin) e gli altri insegnanti si muovono sceglie uno schermo a 4:3, un formato che non lascia spazio. Lo spettatore è catturato dal racconto e, grazie a una scrittura efficace e dal montaggio veloce e misurato, segue con attenzione trepidante e empatica lo svolgersi degli eventi. Candidato agli Oscar per il miglior film internazionale ha già conquistato svariati premi: Cicae Art Cinema Awards al Festival di Berlino 2023, German Film Awards 2023 (Miglior film, miglior regia, miglior attrice a Leonie Benesch, miglior sceneggiatura, miglior montaggio). Un film molto interessante da non sottovalutare. Al cinema.

giovedì 22 febbraio 2024

UPON ENTRY – L’ARRIVO di Alejandro Rojas e Juan Sebastian Vasquez

 

Siete una coppia che parte da Barcellona diretta a Miami con l’intento di rifarvi una vita. Siete pieni di dubbi, speranze, paure. Vi chiedete se questa è la scelta giusta, lasciar tutto e ricominciare in un altro luogo, in un altro mondo. Forse un giorno ripenserete a questo momento, ma ora no, ora siete pronti per andar via, avete salutato i vostri cari, quelli che lasciate a casa e partite. Tutti questi pensieri sono incarnati nei visi dei due attori, i bravissimi Alberto Amman (Cella 211, Narcos, Griselda) e Bruna Cusi e vederli nell’aereo e poi atterrare felici allo scalo di New York ce li fa sentire vicini, simpatici. Fai il tifo per loro, per Diego, pianificatore urbano venezuelano e Elena, ballerina catalana, perché sono due persone coraggiose che insieme hanno deciso di provarci. Solo che al controllo passaporti a New York vengono fermati e interrogati da un funzionario della polizia di confine. I due, nel corso del duro e intenso interrogatorio, scopriranno segreti e verità su ognuno di loro. E’ un film piccolo piccolo (anche nella durata, 75 minuti) questo esordio alla regia in un lungometraggio di Alejandro Rojas e Juan Sebastian Vasquez: ambientato per lo più nella stanza dell’interrogatorio ha il suo punto di forza in una sceneggiatura orchestrata alla perfezione. Una scrittura che rientra nella migliore tradizione del dramma-suspense con l’aggiunta del kammerspiel (inevitabile, visto che l’azione si svolge quasi sempre nello stesso ambiente) dove l’incalzare delle domande e delle risposte fa crescere l’ansia in chi guarda trasformandolo in un vero e proprio thriller. Una pellicola che fa dell’essenziale un’altra arma vincente: non un movimento di camera che non sia necessario, musica solo sui titoli di testa e coda, mentre luce che salta all’improvviso e rumori che provengono dall’esterno della stanza dove si svolge l’interrogatorio rendono alla perfezione il senso di straniamento e isolamento degli interrogati. Premiato in vari festival indipendenti tra cui Malaga 2022 (Alberto Amman migliore attore), Kolkata 2022 (miglior film), Premio Feroz 2023 e Premio Gaudì 2023 (miglior sceneggiatura originale). Un film godibile e credibile, anche nella parte finale. Al cinema.

giovedì 15 febbraio 2024

POOR THINGS! - POVERE CREATURE! di Yorgos Lanthimos

Bella è una giovane donna che viene riportata in vita dal chirurgo Godwin Baxter (un grande Willem Dafoe) che le trapianta il cervello del feto che ella porta in grembo. Per osservare il risultato ottenuto e aiutare il cervello “infantile” di Bella a svilupparsi il dottore si fa assistere dallo studente di medicina Max McCandles che, con il tempo, si innamora di Bella. La quale, desiderosa di conoscere il mondo, scappa con lo scaltro avvocato Duncan Wedderburn (un bravissimo Mark Ruffalo) che vede in lei una nuova conquista da sfoggiare. Ma presto scoprirà il lato ribelle di Bella. Non svelerò altro di questo film bellissimo che chiede solo di essere guardato. Siamo entusiasti e ammirati nel vedere come il cinema di Lanthimos si sia evoluto. La tematica, a grandi linee, è sempre la stessa: raccontare la crudeltà dell’essere umano. Partendo dalla brutalità della vita “casalinga” (Dogtooth), passando dalla distopia disturbante (The Lobster) e proseguendo verso la ferocia di ispirazione greca (Il sacrificio del cervo sacro) e la spietata vita di corte (La favorita) il regista greco “scopre” che per narrare la crudeltà non bisogna necessariamente utilizzare il dramma, ma si può anche ricorrere alla commedia (tanto da essere premiato col Golden Globe per Miglior film commedia o musicale). Certo, una commedia in stile Lanthimos, perciò non vi sganascerete come nel Frankenstein di Mel Brooks, ma potrete comunque sorridere e a volte ridere. Una risata pura, non falsata dall’ansia o dalla paura, qui la paura la fanno gli essere umani, o almeno quelli che cercano di contenere e addomesticare il carattere ribelle e anticonvenzionale di Bella. Il racconto si divide tra il mondo “reale” in bianco e nero e il mondo che Bella brama vedere e conoscere, a colori forti, dove ogni luogo o situazione  è ricostruito: in questo senso la Lisbona dove Bella inizia a conoscere e sperimentare i propri appetiti sessuali è ricostruito in un modo favolistico che rasenta la parodia. Eppure funziona, tutto è giusto e perfetto, tutto è credibile perché se credi che una donna possa rinascere con il cervello di un feto puoi credere anche a tutto il resto. E’ un coming of age insolito, perché il corpo è già sviluppato, mentre la mente è da formare e quello che serve per arrivare alla propria identità e alla piena consapevolezza di sé è un percorso senza guida tra sessualità, filosofia, prostituzione consapevole e infine vendetta. Un film incredibile dove l’uso smodato del fish-eye (un grandangolo estremo che produce un’immagine distorta) indica il senso di disorientamento e i momenti in cui Bella si sente intrappolata fisicamente o mentalmente. Lanthimos voleva fare questo film da molto tempo, da quando scoprì il romanzo omonimo dello scozzese Alasdair Gray. Come in “La favorita” affida la sceneggiatura a Tony McNamara e si concentra “solo” sulla realizzazione. Anche divertendosi, evidentemente, a auto citarsi nel finale e a creare animali inesistenti nella realtà. Il film si avvale dell’interpretazione di un’eccezionale Emma Stone (Golden Globe, Oscar e BAFTA), dei già citati Ruffalo e Dafoe, e dei piccoli ruoli per Margaret Qualley, Hanna Schygulla e Ramy Youssef. Leone d’Oro a Venezia, Miglior Protagonista a Emma Stone e Miglior Fotografia (Los Angeles Film Critics Association), Miglior Attore non protagonista a Mark Ruffalo, Miglior sceneggiatura non originale a Tony McNamara (National Board of review), Oscar 2024 per Migliori Costumi, Miglior Scenografia e Miglior Trucco e accociature. E’ di certo il film che apre a Lanthimos le porte al grande pubblico e non solo ai suoi estimatori. Da non perdere. Al cinema.

giovedì 8 febbraio 2024

GREEN BORDER di Agnieszka Holland

Immaginate di partire per la Bielorussia con la vostra famiglia dalla Siria, dall'Afghanistan o dal Congo, il viaggio aereo a carico del presidente bielorusso Lukashenko che vi ha fatto intendere che dal suo paese potrete raggiungere facilmente la Polonia e quindi l’Unione Europea. Immaginate poi di arrivare all'aeroporto, di essere caricati su un furgoncino i cui conducenti appena lasciata la città vi chiederanno brutalmente dei soldi per proseguire, una cifra spropositata, che pagherete. Immaginate infine di essere portati in una foresta, scaricati nei pressi di un filo spinato, che sarà poi sollevato così da passare dall'altra parte. Scoprite poi dal GPS del vostro cellulare di essere arrivati in Polonia. Vi abbracciate con gioia pensando di essere salvi. In realtà è solo l'inizio del vostro calvario. Dopo aver passato una notte al gelo immaginate che i militari di confine polacchi, dopo avervi un po’ rifocillati, vi accompagnino al filo spinato che è il confine e vi obblighino a passare dall'altra parte, nonostante le vostre suppliche. Se riuscite a immaginare tutto questo potete anche non vedere Green border. Il nuovo film di Agnieszka Holland è brutale e necessario, per il mondo e per noi europei che ci giriamo dall'altra parte e non facciamo nulla anche se potremmo. Lasciate al loro destino, nella terra di nessuno, al gelo e affamate, respinte dalla Bielorussia, dalla propaganda polacca che non le considera persone ma "pallottole" di Putin contro l'Unione Europea e di conseguenza dalla milizia polacca che considera i rifugiati “terroristi, pedofili, degenerati”. È un pugno nello stomaco che lascia il segno, e del verde del titolo rimane solo la sequenza iniziale, una foresta vista dall'alto: il resto del film è immerso in un bianco e nero livido e disperato, dal taglio fortemente documentaristico, la camera da presa è vicinissima ai profughi, li segue da vicino e ne mostra il dolore e l’angoscia di una situazione che dal 2021 continua ancora oggi. Narrato da vari punti di vista (la famiglia siriana, i militari, gli attivisti, la psicologa) il film è stato oggetto in Polonia di una violenta campagna di diffamazione da parte del partito al governo (poi sconfitto nelle elezioni dell’ottobre 2023). Per questo motivo il film non è stato candidato dalla Polonia all’Oscar per miglior film straniero, per nascondere una verità scomoda. E non basterebbe solo questo presupposto per vedere e far vedere questo film? Un film politico, schierato, perché come si fa a non prendere le parti di una persona che abbandona la città natale, la propria vita e lavoro ("cosa dovevo fare, dice una donna, aspettare che arrivassero i talebani?") in cerca di una possibilità di vita migliore e che viene palleggiata e malmenata tra il filo spinato delle guardie di confine? Se un film non può cambiare le cose ha il dovere sacrosanto di mostrarle. Premio speciale della giuria al festival di Venezia 2023 e Premio del pubblico al Festival internazionale di Rotterdam. Da vedere. Al cinema.