Archivio

martedì 2 luglio 2024

AMEN di Andrea Baroni

 

Sara, Ester e Miriam vivono con il padre e la nonna in un casolare in campagna, isolate dal mondo che le circonda. La loro è una vita fondata sul lavoro nei campi e sulla religione, vissuta in maniera ossessiva dalla nonna che vuole crescere le nipoti in grazia di Dio e impartisce loro lo studio della Bibbia così come confessione e comunione. Sara e Ester sono adolescenti e i loro corpi così come le loro menti crescono e desiderano scappare e andare oltre la vallata, nel mondo di cui sentono parlare la sera da una radiolina che ascoltano a basso volume prima di dormire. Ester soprattutto è la più indisciplinata, risponde a tono al padre severo e ha un approccio più "selvatico" rispetto ai suoi desideri; Sara è più pacata ma non per questo meno interessata a conoscere il proprio corpo e desiderio. Il loro già precario equilibrio familiare è sconvolto dall'arrivo di un cugino, Primo, che vive con loro anche se separato dal nucleo familiare. Splendida opera prima di Andrea Baroni che scrive e dirige un film perfetto nei tempi e nel ritmo, con una sensazione di inquietudine e di incombente tragedia che permea tutto il film. Si basa tutto sulla purezza d'animo e il desiderio di ribellione che trova il suo naturale (e puro, di una purezza diversa da quella inseguita dalla nonna) sbocco in una sessualità provocata e agita. Un coming of age che trasporta le giovani verso una ricercata e voluta libertà. Il film vanta ottime interpretazioni che lo arricchiscono ulteriormente: Paola Sambo (la nonna) è veramente notevole così come anche Grace Ambrose (Sara) e Francesca Carrain (Ester); la figura del padre, arcigno eppure provato nell'animo dalla morte della moglie è affidato al bravo Luigi Di Fiore, mentre Primo che non parla e forse ha qualcosa che non va è impersonato da Simone Guarany. Persino la giovanissima attrice (Valentina Filippeschi) che interpreta Miriam è molto brava. Presentato al Torino Film Festival del 2023 ha vinto il premio Interfedi (Premio per il rispetto delle minoranze e per la laicità). Da non perdere. Al cinema.

 

giovedì 27 giugno 2024

THE ANIMAL KINGDOM di Thomas Cailley

 


Francois parte con il figlio sedicenne Emile per il sud della Francia per permettere a Lana, madre del ragazzo, di essere accudita in un centro cure specialistico. Alcuni umani infatti sono colpiti da una strana malattia, incurabile, che li trasforma in ibridi creature animali e Lana è una di queste. Durante il trasporto in ambulanza la donna scappa nella foresta e lì è dove il marito e il figlio la cercheranno. Thomas Cailley dirige un film interessante, teso e dal buon ritmo, con l’idea non banale dell’epidemia che crea una mutazione genetica da uomo a “creatura”. Intendiamoci, siamo di fronte all’ennesimo tema del diverso e di come la diversità di alcuni debba essere accettata, condivisa e forse liberata piuttosto che repressa o eliminata. Una tematica di certo non nuova che però qui è svolta con intelligenza e un’idealità un po’ romantica. Dal deciso taglio non europeo, convince e in alcune parti commuove per il senso umano che si ritrova nella vicenda. Inoltre la pellicola è un particolare esempio di “coming of age”: Emile, che vuole solo vivere la vita come tutti gli adolescenti della sua età, è angosciato dai cambiamenti, anche del suo corpo, teme di non essere accettato. In fondo ognuno di noi muta nel passaggio tra le diverse età della vita e nel film la distanza tra le creature e gli uomini è molto sottile, anche gli umani sono animali ma più evoluti e tutti facciamo parte del regno animale. Strepitosa l’interpretazione del giovane Paul Kircher (Emile), un vero talento nei movimenti e nella recitazione; molto bravo anche Romain Duris nel ruolo del padre, mentre Adéle Exarchopoulos (La vita di Adele) sembra un po’ spaesata nel ruolo della poliziotta. Il film ha fatto incetta di premi tecnici agli ultimi César francesi: miglior fotografia, costumi, effetti speciali (davvero notevoli), sonoro e colonna sonora. Un buon film molto interessante. Al cinema.

venerdì 21 giugno 2024

KINDS OF KINDNESS di Yorgos Lanthimos

Alla base del nuovo progetto filmico di Yorgos Lanthimos, scritto con Efthymis Filippou (giunto alla quinta collaborazione) ci sono 3 episodi di circa 50 minuti l'uno che non hanno apparentemente nulla in comune, a parte gli interpreti e alcuni eventi ricorrenti: i sogni e la domanda posta verso gli altri e spesso ripetuta "hai fame? hai mangiato?". Nel primo episodio (La morte di R.M.F) Robert (uno strepitoso Jesse Plemons) è un impiegato vessato dalle cortesie un po' estreme del suo capo Raymond (il sempre bravo Willem Dafoe). Nel secondo episodio (R.M.F sta volando) un poliziotto (Plemons) è convinto che la moglie scomparsa (Emma Stone) per settimane e poi riapparsa non sia la stessa donna di prima ma una sostituta. Nel terzo episodio (R.M.F. mangia un sandwich) Emily (Stone) e Andrew (Plemons) sono due adepti di una setta religiosa capitanata da Omi (Dafoe) alla ricerca di una donna capace di risvegliare i morti. Sorprende che il regista greco, dopo il successo di "Povere creature!", sia tornato al "suo" cinema e alle "sue" storie. Per questo "Tipi di cortesie" (ma sarebbe meglio dire (s)cortesie) ricorda alcuni elementi dei suoi film precedenti: la combine tra reale e grottesco di "Dogtooth", il rimpiazzo della persona di "Alps", gli umani trasformati in animali di "The Lobster", la crudeltà delle richieste de "Il sacrificio del cervo sacro". Il tutto condito con una giusta dose di ironia (che fin qui non ha mai adoperato), di sarcasmo, e del suo abituale grottesco. Piacciono le lunghe inquadrature a chiudere, le musiche inquietanti di Jerskin Fendrix (dopo "Povere creature"), le atmosfere da black comedy. Se poi questo non basta metteteci anche una hit molto classica, quella "Sweet dreams" degli Eurythmics che fin dai primi frame del film la fa da padrone, come a suggerirci che nei dolci sogni alcuni vogliono usarti, altri vogliono essere usati, alcuni vogliono abusarti, altri vogliono essere abusati. Jesse Plemons giustamente premiato a Cannes 2024 come migliore attore maschile. Un film da non perdere, al cinema.

giovedì 13 giugno 2024

EL PARAISO di Enrico Maria Artale

 


Julio è un 40enne che vive con la madre, una colombiana fuggita dal paese natale quand'era incinta, in una casa nella zona marittima di Fiumicino. I due hanno un legame forte e ossessivo, quasi simbiotico: condividono praticamente tutto, dai balli latino americani alla vita di tutti i giorni fino allo spaccio e consumo di cocaina. Un giorno però una giovane colombiana, corriere della droga, si installa in casa loro. Il giovane Enrico Maria Artale (Il terzo tempo) giunto al suo secondo lungometraggio dirige con mano ferma e decisa un film forte che offre interessanti spunti di riflessione. Partendo da un soggetto scritto da Edoardo Pesce, qui anche ottimo attore principale, il film indaga con estrema lucidità il rapporto morboso che si instaura tra madre e figlio. Mantiene il ritmo e la tensione fin quasi alla fine, quando la storia prende una direzione più intimista e inaspettata e si entra in un luogo di ricerca narrativo apparentemente meno riuscito. Prodotto da Mattia Rovere per Ascent e presentato alla Mostra del cinema di Venezia del 2023 il film ha vinto il Premio Orizzonti per la migliore interpretazione femminile (una incredibile Margarita Rosa de Francisco, nota soprattutto per la serie Narcos) e la migliore sceneggiatura a Enrico Maria Artale, oltre al Premio Arca Cinema/giovani come miglior film italiano. Da vedere. Al cinema.

sabato 8 giugno 2024

EILEEN di William Oldroyd


Massachussets 1960: la giovane Eileen (una bravissima Thomasin McKenzie) vive con il padre alcolista (Shea Whigham) in una cittadina di provincia del New England. Lavora come 
segretaria in un istituto penale minorile e conduce una vita monotona senza emozioni e senza amore che la sua giovane età richiede. Perciò quando l’affascinante psicologa Rebecca (Anne  Hathaway) sostituisce l’anziano medico del carcere e le dà un minimo di attenzione, che all’inizio Eileen mal intende, la vita della giovane comincia a mutare. Non svelerò oltre di questo thriller psicologico ben riuscito, sicuramente grazie all’interpretazione delle due  protagoniste. Diretto dalla mano calibrata e sicura di William Oldroyd, noto per “Lady Macbeth” (2016) il film ha avuto vicende produttive complicate. Tratta dal libro omonimo di Ottessa Moshfegh (vincitrice dell’Hemingway Foundation/PEN Award) la sceneggiatura doveva essere inizialmente redatta da Erin Cressida Wilson per la produzione di Scott Rudin (No country for old men, Lady Bird, The Truman Show, e molti altri) nel 2016. Poi nel 2021 Rudin viene accusato da alcuni impiegati di avere avuto comportamenti rudi e abusivi nei loro confronti e decide di abbandonare qualunque progetto produttivo. Tornando al nostro film, la sceneggiatura è stata scritta dalla stessa Moshfegh e dal marito Luke Goebel. Al di là della produzione il film, che ha partecipato ai Film Indipendent Spirit Award, è un’opera semplice e genuina, con interessanti e inaspettati risvolti e spunti di riflessione: c’è molto non detto che però traspare e rende credibili i personaggi. Se siete in cerca di un film senza troppe pretese questo potrebbe essere il film adatto. Presentato alla Festa del cinema di Roma. Al cinema.

venerdì 31 maggio 2024

IL CASO GOLDMAN di Cédric Kahn

 


Francia, 1976. Pierre Goldman è un attivista di estrema sinistra condannato in primo grado all’ergastolo per una serie di rapine compiute a Parigi pochi anni prima, una delle quali ha portato all’omicidio di due farmaciste. Goldman confessa le rapine ma proclama la propria innocenza rispetto ai due omicidi. Il film segue il secondo processo contro l’estremista. Se temete che un film di quasi due ore che si svolge interamente (a parte la scena iniziale del dialogo tra i due avvocati difensori di Goldman) in un’aula processuale sia noioso o abbia cali di ritmo vi sbagliate di grosso. Cédric Kahn (“Roberto Succo”, “Luci nella notte”) dirige un notevole procedural drama, molto parlato ma anche adrenalinico. Certamente merito della scrittura realizzata, oltre che dallo stesso regista anche da Nathalie Hertzberg: i due hanno ricostruito il processo basandosi sugli articoli dell’epoca, sui testi dei due processi, sul libro “Memorie oscure di un ebreo polacco nato in Francia” dello stesso Goldman (in cui spiegava la “sua” verità) e su alcuni elementi scoperti in fase processuale. Se ne ricava un ritratto anche sociale e politico dell’epoca (quella delle rivolte del maggio ’68 e degli scontri tra militanti e polizia), un’opera che cerca di mettere lo spettatore nei panni di un giurato che deve capire come si sono succeduti gli eventi e se le deposizioni dei testimoni sono da ritenersi attendibili. Inoltre è un film in cui la dialettica e l’uso (improprio e non) delle parole assume un’importanza rilevante. Il protagonista Pierre Goldman è interpretato da un incredibile Arieh Worthalter, attore franco-belga già visto in “Stringimi forte” e nel recente “Niente da perdere). Il ruolo dell’estremista gli è valso nel 2024 i premi César, Magritte e Lumière come miglior attore. Nel ruolo dell’avvocato difensore troviamo il bravo Arthur Harari (cosceneggiatore di “Anatomia di una caduta” insieme alla compagna, la regista Justine Triet). Un film imperdibile, da vedere possibilmente in lingua originale per non perdere neanche una sfumatura della recitazione. Al cinema.

venerdì 24 maggio 2024

I DANNATI di Roberto Minervini

 


Durante la guerra di secessione, nell’inverno del 1862, un piccolo distaccamento di uomini viene inviato a nord in una zona di confine, per perlustrare e mappare le terre ancora sconosciute. Soli, in attesa della cavalleria, organizzano turni di guardia verso un invisibile nemico, giocano a carte o a baseball, puliscono pistole e fucili e parlano: del perché si sono arruolati nell’esercito, della guerra, di Dio e di religione. Alcuni soldati sono maturi e  esperti, altri sono giovani che hanno sparato solo a conigli e scoiattoli. Giunto al sesto film, Roberto Minervini “abbandona” il documentario dei suoi film precedenti (su tutti svetta “Stop the Pounding Heart” del 2013) concentrandosi su una finzione documentaristica che rende ricca di significati politici rispetto all’attuale situazione americana. L’America è, per il 54enne marchigiano, il paese d’adozione, quel paese che lui ha spesso mostrato nei suoi momenti più bui (soprattutto “Louisiana” e “Che fare quando il mondo è in fiamme?”) Questo, più che un film di guerra è un film sulla guerra, su qualunque guerra, sulle sue brutture e sui momenti tranquilli. Un film che nei dialoghi ne ricorda altri (da “La sottile linea rossa” a “Il deserto dei tartari”), in cui apparentemente non succede nulla. E se il nemico è invisibile, in America, come in Vietnam o nel deserto è perché potrebbe anche non esserci o essere dentro di noi. Minervini dirige un’opera convincente e bella dai colori lividi, poetica e brutale come la sequenza iniziale, quella in cui due lupi banchettano con la carcassa di un animale che ci ricorda una frase di Plauto, ”Homo homini lupus” (ogni uomo è un lupo per un altro uomo). Premiato come miglior regia a Cannes nella sezione “Un certain regard”. Un buon film dal buon ritmo, da vedere. Al cinema.