Archivio

venerdì 2 febbraio 2024

IL PUNTO DI RUGIADA di Marco Risi


I giovani Manuel e Carlo sono stati condannati, uno per spaccio, l'altro per aver provocato un incidente d'auto e la pena viene tramutata in lavori socialmente utili da svolgere presso una casa di riposo, di 18 mesi per l’uno e 12 per l'altro. Arrivati a Villa Bianca il direttore mette subito in chiaro le loro mansioni: dovranno occuparsi degli anziani chiamandoli ospiti, delle pulizie e di tutto quello che la severa e integerrima infermiera Luisa chiederà loro e alla quale ogni giorno dovranno fare rapporto. Marco Risi torna al cinema (finalmente!) dopo cinque anni dallo scarso “Natale a 5 stelle” dirigendo con mano sicura e garbata un film struggente e lieve (ma non per questo leggero e poco profondo) basandosi sul classico tema della diversità tra giovani e anziani, pardon ospiti, tra il rifiuto delle regole e l’osservanza stretta delle stesse. Ma si sa che gli opposti se si respingono all'inizio finiranno poi per attrarsi, è una legge fisica. Come nel caso del punto di rugiada che è un termine meteorologico. Ed è sempre interessante notare e mostrare come tale attrazione si verifichi. Il film ha un buon ritmo, segue le quattro stagioni dell'anno (e della condanna di Carlo) e si regge su un manipolo di anziani attori di ottimo (Massimo De Francovich, Eros Pagni e Luigi Diberti) e buon livello (Maurizio Micheli e Valerio Binasco) e di giovani dai visi espressivi (Alessandro Fella, Lucia Rossi e Roberto Gudese). Diverte con una punta di amarezza, senza esagerare e svela senza fretta i segreti del passato di ospiti e volontari. Tutto giusto, tutto calibrato, anche gli omaggi alla famiglia Risi sono gradevoli e azzeccati: un ospite porta il nome del padre Dino, mentre le poesie che un altro ospite cita sono dello zio Nelo, poeta e regista con cui Marco Risi debuttò nel cinema come assistente). L’unica cosa un po’ fuori luogo è la chiusura finale, non convince il ritorno alla brutale realtà dopo aver sperimentato un luogo se non incantato quanto meno un po' fuori dal tempo e dalla vita di tutti i giorni. Un film gradevole e gentile, un po' raro da trovare nel panorama cinematografico italiano. E come tale è considerato: il film è distribuito in poche sale, e grazie solo al passa parola di chi l'ha visto, è giunto alla terza settimana di programmazione. E’ probabile che dopo averlo visto non direte più “Mah”. Vedetelo, non rimarrete delusi. Al cinema.

giovedì 25 gennaio 2024

FOGLIE AL VENTO di Aki Kaurismaki

Un uomo e una donna si incontrano una notte a Helsinki in un karaoke. Si notano l’un l’altro e si piacciono subito ma nessuno fa la prima mossa. La donna lavora in un supermercato, l’uomo è operaio meccanico, poi entrambi perdono il lavoro, lei perché ha rubato cibo scaduto, lui per alcolismo. Nel corso delle stagioni si sfiorano, le loro solitudini e le loro povertà sono simili ma la casualità sembra sempre intromettersi tra loro: numeri di telefono persi, appuntamenti mancati, addirittura un incidente. Aki Kaurismaki scrive e dirige un film delizioso sull’incontro di due anime forse non pure ma in cerca di un appiglio importante e definitivo nella loro vita vuota d’amore. Un film delicato che senza lungaggini (in tutto la pellicola dura un’ora e venti titoli finali compresi!) ci mostra la durezza della vita precaria e la disperazione della solitudine in una società che non bada ai poveri e agli ultimi. Il film è perfetto, ben calibrato nel ritmo del tempo che passa e negli eventi che capitano. Ha questa lievità del racconto che si mostra senza essere giudicato, un po’ come lo sguardo del regista che si tiene lontano non per indifferenza ma per accortezza, avendo poi la capacità di trasformare il pianto in sorriso. Come lo stesso regista ha spiegato “Foglie al vento” si può porre all’interno della trilogia formata da “Ombre nel paradiso”, “Ariel” e “La fiammiferaia”. Kaurismaki si prende la libertà, in questo suo film molto godibile, di omaggiare Jarmusch, Bresson, Chaplin e altri. Premio della Giuria al Festival di Cannes 2023. Da vedere. Al cinema.

giovedì 18 gennaio 2024

THE HOLDOVERS - LEZIONI DI VITA di Alexander Payne

 

Un severo insegnante americano di mezza età si trova costretto a passare le vacanze natalizie nel collegio, dove insegna da una vita, insieme a uno studente brillante e svogliato e a una cuoca che ha appena perso il figlio in Vietnam. È ambientato nel New England del 1970 il nuovo film di Alexander Payne, che ebbe una insperata notorietà per "Paradiso nero" (2011) e un buon successo con "A proposito di Schmidt" (2002) e "Sideways" (2004), quest'ultimo con Paul Giamatti. Proprio a Giamatti, ottimo caratterista (appena premiato con il Golden Globe per Migliore attore per film commedia o musicale) Payne affida il ruolo dell'insegnante severo. Che se è tale è certamente per una serie di motivi, che si sveleranno nel film. Il tema non è certo nuovo: come possano, in una situazione di forza maggiore, due persone molto diverse per carattere e vita prima scontrarsi e poi parlarsi e capirsi. A loro si aggiunge la figura femminile della cuoca (la brava Da'Vine Joy Randolph, anche lei premiata con il Golden Globe per Miglior Attrice non protagonista e l'Oscar per la stessa categoria) che non fa da collante tra i due ma in qualche modo li tiene a bada. Il film è una commedia piena di ironia in cui si sorride molto; l'operazione funziona, è credibile e godibile, ha un buon ritmo e una regia pacata e efficace. Gli attori rendono al meglio nelle situazioni che la sceneggiatura, scritta dal qui anche produttore David Hemingson (al suo debutto come scrittore per il cinema), propone loro. Sullo sfondo della storia il dramma del Vietnam e dei rapporti interpersonali oltreché razziali. Prendetevi due ore e poco più per godervi questa storia tranquilla e divertente, leggera eppure un po' amara, come sempre nello stile di Payne. Ottima anche la prova dell'esordiente Dominic Sessa, scelto tra dodici candidati e che Variety cita nella lista dei 10 migliori nuovi attori da seguire in futuro. Al cinema.

venerdì 12 gennaio 2024

PERFECT DAYS di Wim Wenders

Hirayama è un uomo di mezza età che conduce una vita tranquilla e routinaria: la mattina si alza, prende il suo furgoncino e va al lavoro, durante la pausa mangia un tramezzino al parco e fotografa la luce che filtra tra gli alberi, finito il lavoro torna a casa, smette gli abiti di lavoro, prende la bicicletta e va al bagno pubblico a fare la doccia e a rilassarsi nella vasca comune, poi va a mangiare, sempre nel solito posto, torna a casa, legge un libro e poi dorme. I giorni si ripetono sempre uguali, eppure diversi. Tornato a Tokyo a quasi qua-rant’anni da “Tokyo – Ga”, Wim Wenders, un giovanotto di settantotto primavere racconta la storia di un uomo comune che vive solo e che ama leggere libri usati, ascoltare musica anni 60-70 su audiocassette e fare fotografie agli alberi con una macchina analogica per cogliere il “komorebi”, che in italiano non si traduce con una sola parola, ma assume il si-gnificato non solo di catturare la luce che filtra attraverso gli alberi, ma anche un momento molto intenso dell’animo, capace di dare una sensazione magica e malinconica. Sensazioni che pervadono questo bellissimo film, scritto in collaborazione con Takuma Tarasaki, un’opera che parla della bellezza della vita di tutti i giorni. La si vede nello sguardo pieno di meraviglia del protagonista (uno straordinario Kôji Yakusho, Miglior Attore a Cannes 2023) che, ogni volta che esce di casa ha il volto sorridente rivolto al cielo, come a saggiarne la poesia e le possibilità di una nuova giornata. Wenders omaggia Ozu chiamando il suo personaggio con lo stesso nome del protagonista dell’ultimo film del grande regista giapponese. Grande risalto e importanza ha la colonna sonora (come in tutti i film di Wenders): The Animals, Patti Smith, The Rolling Stones, The Velvet Underground, Otis Redding, The Kinks, Van Morrison, Lou Reed, Nina Simo-ne, praticamente un tuffo negli anni ’60. Perfect days è un film che cresce piano e che si fa largo nell’animo dello spettatore (s)travolgendolo con grande forza, tanto da lasciar senza fiato e senza parole. Un vero capolavoro. Al termine dei titoli di coda il significato della parola “komorebi”. Da non perdere. Al cinema.



giovedì 21 dicembre 2023

C'E' ANCORA DOMANI di Paola Cortellesi

Roma, 1946: pochi giorni prima del referendum per scegliere tra monarchia e repubblica, nella città del dopoguerra, devastata dal conflitto mondiale e dalla povertà, Delia (una bravissima Paola Cortellesi), madre di tre figli e moglie del violento Ivano (un minaccioso Valerio Mastandrea) si arrabatta per permettere alla propria famiglia di condurre una vita modesta ma dignitosa: fa punture a domicilio, ripara ombrelli, ricama e cuce biancheria intima per un negozio. Il marito non perde occasione per punirla e umiliarla mentre la figlia maggiore Marcella (la brava Romana Maggiora Vergano) prova disprezzo verso la madre per gli abusi che subisce senza ribattere. Un giorno Delia riceve una lettera che all’inizio butta e che poi riprende dandole la dovuta importanza. Partita da una sua idea e ispirandosi anche ai racconti della propria nonna e bisnonna, Paola Cortellesi, al debutto come regista scrive una sceneggiatura (insieme a Furio Andreotti e Giulia Calenda) robusta e senza fronzoli che mira direttamente al cuore della situazione femminile nel secondo dopoguerra, asservita da un umiliante patriarcato. Ne esce fuori un resoconto di brutale diseguaglianza tra sessi e ceti sociali che non lascia indifferenti e che, a tratti, è ancora attuale. Girato in un bianco e nero simil-neorealista, alterna momenti da commedia a scene molto drammatiche, a volte geniali, dando un ritmo ben preciso alla storia, che non ha cadute né lungaggini. Uscito a fine ottobre è il secondo film più visto dell’anno dopo Barbie di Greta Gerwig. Nel cast anche Vinicio Marchioni e un grande Giorgio Colangeli. Presentato alla festa del cinema di Roma ha vinto il Premio Speciale della Giuria, il premio per la Migliore Opera Prima e il Premio del Pubblico. Premiato anche ai David di Donatello 2024 (Miglior regista esordiente, Miglior sceneggiatura originale, Miglior attrice protagonista, Miglior attrice non protagonista, David dello spettatore e David Giovani. Da non perdere.
Al cinema.

Buon Natale a tutti voi.

mercoledì 13 dicembre 2023

IL MALE NON ESISTE di Riusuke Hamaguchi

Takumi e la figlia Hana vivono in un villaggio nei pressi di Tokyo. La loro vita è semplice ed è scandita dai ritmi della natura. All’assemblea del paese gli abitanti e Takumi vengono a sapere del progetto di costruire, vicino alla casa dell’uomo, un glamping, un campeggio di lusso dove gli abitanti di altre città possano venire a rinfrancarsi nella natura. Takumi e gli altri paesani non sono per niente d’accordo. Riusuke Hamaguchi, reduce dal successo internazionale del bellissimo “Drive my car” (Oscar, Golden Globe e BAFTA per miglior film, miglior sceneggiatura a Cannes 2021) per il suo nuovo film parte da un progetto particolare: un accompagnamento per immagini alle esibizioni dal vivo della musicista Eiko Ishibashi (autrice della colonna sonora di “Drive my car”) in seguito trasformato e sviluppato in sceneggiatura. Il tentativo del regista è mostrare il rapporto tra uomo e natura cercando, in qualche modo, di narrare il punto di vista della natura come un flusso non di parole, ma di immagini e suoni, come un’esperienza immersiva nella natura stessa. L’operazione non ci convince gran che, forse perché per quanto possa essere frammentata una storia abbiamo bisogno di “una” storia e non di un abbozzo di essa. O forse perché siamo refrattari a vivere la natura ritrovandola in un film che parte dalle emozioni di una persona (il regista) nell’intento di trasmetterci quelle sue stesse emozioni. Se resisterete alla lunga carrellata iniziale di rami degli alberi dal basso verso l’alto o se riprese di trenta e più secondi di uccelli in volo, immagini statiche e prolungate di ruscelli e primi piani di fiori e piante non vi faranno rimpiangere i documentari di David Attenborough allora questo potrebbe essere il film per voi. A tutti gli altri sconsiglio fortemente. Gran Premio della Giuria a Venezia e all’Asia Pacific Screen Awards nonché miglior film al London Film Festival. Al cinema.

martedì 5 dicembre 2023

UN COLPO DI FORTUNA di Woody Allen

Udite udite, Woody Allen è tornato! Intendiamoci, non che sia mai veramente partito. Il fatto è che negli ultimi anni i suoi film erano un po’, come dire, insipidi, mai realmente interessanti; c’è da dire che non è facile, per nessuno direi, scrivere e dirigere un film all’anno, c’è il rischio di perdersi nella scrittura, nella direzione, figuriamoci nelle idee. Poi a 85 anni, dopo il suo precedente “Rifkin’s Festival” decide evidentemente di fermarsi e festeggiare degnamente la sua bella età. Questo lo ipotizziamo noi. Fatto sta che tra quel film e l’attuale “Un colpo di fortuna” passano tre anni e le idee tornano alla grande. E più che di fortuna parlerei di colpo di genio. Certo, perché Woody torna a Parigi, dopo il gradevole “Midnight in Paris” del 2011, e decide che il suo nuovo film sarà in francese, con attori (e che attori!) francesi e la tematica una delle più amate da Allen: l’amore contrastato, il dramma e il caso. La mente va, giustamente, a “Match Point”. Jean (un ottimo Melvil Poupaud!) è sposato con Fanny (la semisconosciuta e brava Lou de Laâge) da alcuni anni: la loro vita sembra perfetta, entrambi sono realizzati nel lavoro, vivono in una bella casa, eppure un sottile strato di noia si è incuneato nel loro rapporto di coppia. Perciò quando Fanny incontra casualmente per strada Alain, (il bravo Niels Schneider) suo ex compagno di liceo che la riempie di attenzioni e dice di amarla dai tempi della scuola, la donna si sente lusingata e mano a mano rimane sempre più attratta dall’uomo. Tra di loro inizia una relazione che diventa ben presto molto importante tanto che Fanny vorrebbe lasciare il marito. A questo punto … vi lascio e non vi dico più nulla. Woody Allen ci piaceva molto con la sua comicità e il suo umorismo degli inizi, ora ancor di più ci piace questa fase assai matura in cui i sentimenti e il dramma hanno preso sempre più il sopravvento. Qui è bravo, ca va sans dire, nel presentare i fatti senza compiacimento né giudizi, nei dialoghi quasi rohmeriani sull’amore, nel rendere il tutto così naturale che sembra che la storia si racconti da sé. Spunta qua e là il suo vecchio e caro umorismo, forse un po’ nero. Da non perdere. Al cinema.